«Rimettiamo la persona al centro»: presentate la mostra Apac e l'installazione "Extrema Ratio"

In comune la possibilità di conoscere la realtà carceraria brasiliana e di poter provare l'esperienza di una cella italiana grazie al modello realizzato dai detenuti di Bollate

Un momento della conferenza stampa di presentazione

Il Comune di Lecco, insieme a un’ampia rete di soggetti della società civile, istituzioni, enti, associazioni e realtà sociali, ha aderito all’iniziativa della Caritas Decanale di Lecco e della Caritas Ambrosiana per allestire in città, dal 27 marzo fino al 6 aprile, all’interno del palazzo comunale, la mostra APAC e l’installazione Extrema Ratio, all’interno del progetto “Diamoci un’altra chance: quale giustizia?”. 

Mostra Apac ed Extrema Ratio: il programma di esposizione e conferenze

«Conoscevo indirettamente l’esperienza delle Apac brasiliane - rammenta Don Marco Tenderini, responsabile Caritas decanale di Lecco e dal 2002 al 2004 cappellano presso il carcere Monza -. Dopo il meeting di Rimini mi sono incuriosito. Sono stato a Salvador de Bahia conobbi una suora pastorale carceraria, sono stato spesso impegnato nelle favelas con lei. Ha realizzato un asilo in cui accoglieva i figli delle detenute. Ricordo quella visita al carcere come qualcosa di terribile. Dentro c’erano cani, panni stesi e sporcizia ovunque; era praticato l’elettroshock come misura repressiva normale. A Lecco, per dieci giorni, mettiamo la giustizia al centro della nostra attenzione, rendendola meno “fai-da-te” e più riparativa. L’evento è stato costruito piano piano».

La vita dietro le sbarre ricostruita in un allestimento in municipio a Lecco

I temi promossi dall'iniziativa

I temi promossi dall’iniziativa riguardano la giustizia: i reati e i crimini rompono il patto sociale di convivenza, generano allarme, paura e senso di insicurezza nella comunità e richiedono risposte efficaci. Le risposte che conosciamo spesso lasciano soli i rei, alle prese con l’espiazione di una pena che non serve a prevenire la recidiva, ma lasciano sole soprattutto le vittime, dirette e indirette, con le loro sofferenze e i danni prodotti dal crimine che hanno subito. Inoltre lasciano soli i cittadini alle prese con le loro paure, insicurezze e un desiderio di giustizia che a volte si trasforma in desiderio di vendetta e in odio.

«Da circa un anno stavamo lavoravamo a questo progetto, vogliamo riportare la centralità della persona in città, che stiamo perdendo di vista - spiega l'assessore comunale alla cultura Simona Piazza -. Abbiamo già esperienze di Apac brasiliane o provenienti da altri territori, lo stesso carcere di Pescarenico ha progetti di questo tipo al suo interno. Il lavoro delle istituzioni è fondamentale. Grazie a Marco Bellotto, garante dei detenuti appena nominato, e al nostro ufficio comunicazione per la realizzazione dell'importante evento».

«La viabilità di Pescarenico è una miglioria. Serve solo tempo per abituarsi» 

L’attesa e a volte la pretesa di una risposta di giustizia forte, certa e risolutiva che ristabilisca l’ordine sociale sono quasi sempre identificate con la reclusione: al male del crimine si risponde con il male della pena in carcere, convinti che questo raddoppio del male possa generare il bene, per chi ha commesso il reato, con la chiusura in carcere, per chi ha subito il reato, con il sentirsi ripagato del male ricevuto e per la società con il sentirsi anch’essa ripagata e rassicurata per il futuro. Ma la pena detentiva non riesce quasi mai a rieducare il reo e a prevenire la recidiva. Le persone detenute si deresponsabilizzano rispetto alle conseguenze del reato e coltivano un senso di rancore sociale che favorisce un ulteriore coinvolgimento nel mondo criminale. Da questa riflessione prende le mosse il progetto, la possibilità di immaginare una giustizia che si prenda cura di tutte le parti, vittime, rei e comunità, attraverso progetti in grado di promuovere la responsabilizzazione e la riparazione da parte dei rei verso le vittime e la comunità, che li mantenga inclusi nella compagine sociale a garanzia della sua tenuta e dell’ordine sociale.

Pedalate ecologiche davanti al municipio di Calolzio per "M'illumino di meno" 

La mostra APAC

La mostra racconta la trentennale esperienza brasiliana basata sul modello di carcerazione “alternativo” gestito dall’APAC (Associazione di Protezione e Assistenza ai Condannati), esperienza che, a partire dalle consapevolezza delle condizioni di violenza estrema e recidiva altissima delle carceri brasiliane, si è misurata con il tentativo di recupero, riabilitazione e reinserimento sociale di molti condannati attraverso strutture gestite, in convenzione con le istituzioni regionali e locali, da volontari, personale amministrativo e dagli stessi detenuti. Una scommessa che propone prima di tutto uno sguardo nuovo su chi è in carcere: uno sguardo che crede alla possibilità del cambiamento personale, condannando il crimine, ma salvando la persona. All’interno di questa esperienza i tassi di recidiva sono stati abbattuti dell’85%.

Toccante il ricordo di Marina Lorusso: «Ho fotografato le Apac brasiliano nel 2013, sono andata lì perchè ho colto volentieri e con curiosità questa richiesta. Le Apac nascono negli anni settanta per volere dell’avvocato Ottoboni. Non è sufficiente fare compagnia ai detenuti, motivo per cui sono state fondate queste realtà. Le condizioni delle carceri di stato sono tremende; le persone, di età tra 18 e 25 anni, sono trattate come animali, quando escono sono solo dei laureati nel crimine. Negli anni il metodo si è evoluto: colui che mi ha aperto era un detenuto, però non è scappato dopo avermi spalancato il portone. Ho visto il video di un recuperando condannato a 150 anni di condanne, scappato 30 volte dalle carceri di stato; arrivato lì non ha più trovato senso nella fuga, perché aveva incontrato la dignità tanto cercata. Non sono minimamente trattenuti lì, ci sono anche omicìdi e pluriomicìdi, ma l’esperienza che vivono, anche grazie ai volontari, è totalizzante. La recidiva dei carcerati brasiliani è dell’80%, quella dei recuperandi del 10%».

Il Comune di Lecco aderisce e finanzia il fondo Solidarietà al lavoro 2.0

L’installazione Extrema Ratio

L’installazione “Extrema Ratio” è un progetto di Caritas Ambrosiana che si propone come un percorso esperienziale che permette alla cittadinanza di fermarsi a riflettere sulle gravi condizioni in cui versa la gran parte delle carceri italiane. Intorno e dentro una cella di otto metri quadri, realizzata dai detenuti nella falegnameria del Casa di Reclusione di Bollate, si attiverà un "gioco di ruoli" in cui alcuni “esperti” interpreteranno gli agenti penitenziari mentre i visitatori, in gruppi di sei, si faranno volontariamente arrestare e rinchiudere nella cella, non per mesi o anni, ma per soli cinque minuti. Pochi minuti per capire che, nonostante l’articolo 27 della Costituzione, la cella rappresenta la negazione dello spazio e del tempo, dell'intimità personale, della possibilità di scelta e infine della dignità stessa delle persone. Al termine dell'esperienza di “reclusione” i cittadini e i giovani potranno così condividere con operatori e volontari le riflessioni, i dubbi e gli interrogativi sorti durante l’esperienza.

«Senza le persone non saremmo riusciti ad arrivare qui - spiega Bruna Dighera, psicologa giuridica -. La giustizia è un tema fondante la convezione civile. Anche le domande sono importanti: vi racconteremo quelle che ci siamo fatti, riassunte in quattro passaggi. Parleremo di reati e crimini, che vìolano le persone creando sofferenza e danni. Il carcere è il rattoppo del male e raramente trattiene la recidiva, perché deresponsabilizza le persone che ci stanno dentro. Le vittime solo le vere grandi dimenticate, sono valide solo come testimoni e poi abbandonate a loro stesse».

Promuovere l’accoglienza, l’ascolto, i bisogni delle vittime, offrendo loro le opportunità per andare oltre l’esperienza di solitudine. L’iniziativa si sviluppa attraverso l’allestimento di una mostra e di una installazione aperte al pubblico nel cortile del municipio, visite guidate, e tre appuntamenti di riflessione e approfondimento rivolti ai cittadini, ai giovani, alle scuole e agli operatori e volontari del settore sui temi della giustizia e della pena, che si terranno presso l’Auditorium Casa dell’Economia e in sala Don Ticozzi a Lecco.

I commenti all'iniziativa

Così Antonina D’Onofrio, Direttore della casa circondariale di Pescarenico:

Spesso si parla del carcere senza averne una visione reale. La persona va sempre messa al centro, dopo la condanna va sempre trattata con umanità. Le persone devono riappropriarsi di una vita che hanno sprecato inseguendo uno stile che pensavano fosse quello migliore per loro.

Il commento di Stefania Scarpinato, Direttore ufficio per l'esecuzione penale esterna:

Lavoriamo sulle province di Como, Lecco e Sondrio, seguendo cieca 2mila persone, 400 su questo territorio. Le nostre persone stanno a casa e seguono un percorso con la loro famiglia, oltre a svolgere del lavoro per delle associazioni, magari in cui sono presenti delle persone con una cultura diversa. La nostra finalità è quella della rieducazione. Reo, vittima e comunità vanno coinvolte allo stesso modo, chi prende coscienza del reato commesso e parla con la vittima non ne commette più.

Daniela Sacchi, avvocato e rappresentante dell'Ordine:

Abbiamo invitato persone di alto spessore per la nostra conferenza. L’organizzazione ha una sua personalità giuridica a sè stante, senza scopo di lucro.

Infine, parola a Laura Corti, insegnante dell'Istituto Bertacchi i cui studenti hanno realizzato una piccola esposizione fotografica e video:

Abbiamo aderito con grande entusiasmo al progetto di alternanza scuola-lavoro, con cui siamo partiti a inizio anno tra alcune incertezze. Abbiamo portato i ragazzi a Bollate e Lecco, facendogli capire che non è così difficile sbagliare e, poi, su cos’è giusto e cosa non è giusto. Bisogna fare una riflessione consapevole della situazione.

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