Dal calcio "pro" all'azienda di famiglia, Tantardini: «L'infortunio e tre anni di calvario, poi lo "stop"»

Introbiese classe 1993, ha fatto parte della nidiata che sta dando grande lustro all'Atalanta: dopo sette anni alla FeralpiSalò, ha deciso di smettere con il calcio giocato per dedicarsi alla falegnameria

Riccardo Tantardini (26) in una recente foto con la maglia della FeralpiSalò

Strano il calcio: prima ti dà la possibilità di giocare con alcuni dei migliori prospetti del calcio italiano (il lecchese Conti, Caldara e Gagliardini su tutti), poi ti volta le spalle in un "amen" e ti costringe a fare tutt'altro. A raccontare la storia di Riccardo Tantardini, introbiese di 26 anni, è "La Gazzetta dello Sport": dopo la formazione nel settore giovanile dell'Atalanta, il difensore classe 1993 si è trasferito alla FeralpiSarlò, dov'è rimasto per sette anni ed è diventato capitano. Squadra forte, società ambiziosa: tutto procede per il meglio fino al 2016, quando una buca si frappone fra Riccardo e il suo futuro da calciatore professionista: «Mi stavo allenando su un campo in provincia, in sintetico tra l'altro - racconta alla rosea -, ho messo male il piede e mi sono rotto i legamenti del ginocchio sinistro. Sono stato operato tre volte, perché nel primo intervento il chirurgo ha sbagliato tutto e peggiorato le cose. Sono rimasto fermo quasi due anni. Ma non è finita qui: mi sono rotto anche due vertebre per una ginocchiata di un avversario contro il Teramo e un ossicino dell’occhio per una gomitata in allenamento».

«Ora faccio un lavoro che mi piace»

Come racconta al noto quotidiano sportivo, la decisione di smetterla con il calcio non è stata un fulmine a ciel sereno: «Mi è spiaciuto moltissimo, perché giocare a calcio è sempre stato il mio obiettivo, ma non ce la facevo più, non potevo andare avanti con questi dolori, vivere nella precarietà, non sapere se, come e quando puoi allenarti». Ha dato il suo ultimo contributo nelle semifinali playoff con la Triestina, quando è andato in campo con uno stiramento al retto femorale: «Zenoni, il nostro allenatore, mi aveva chiesto di dare una mano e io non mi sono tirato indietro, perchè sono fatto così, rispetto i miei impegni fino in fondo». Quindi, gli scarpini appesi al chiodo e l'inizio del lavoro alla Legnoforniture di via Polvara, azienda di famiglia passata aperta dal nonno e poi passata nelle mani del padre.

«Lavoro nel magazzino - prosegue Tantardini nel suo racconto al quotidiano -. Devo imparare bene misure, materiali, ricambi. Studio le caratteristiche di abete, larice, ciliegio e quant’altro. Poi, se sarò in gamba, arriverò alla scrivania. L’azienda è come una squadra, bisogna andare d’accordo con tutti, remare dalla stessa parte, mantenere l’equilibrio. Mio padre era più dispiaciuto che felice, mi aveva sempre incoraggiato anche nei momenti più difficili. Era destino che andasse così. Ora faccio un lavoro che mi piace, anzi mi è sempre piaciuto. Da ragazzo, quando ero all’Atalanta, in estate non andavo al mare con mia madre, ma in azienda a imparare il lavoro».

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