25 aprile, la cerimonia a Valmadrera. Rusconi: «È importante resistere perché si crede in un futuro migliore»

Il primo cittadino ha officiato la cerimonia, durante la quale sono stati posati i fiori di fronte al Monumento ai Caduti di guerra

Un momento della cerimonia tenutasi a Valmadrera BONACINA/LECCOTODAY

Una breve e sentita cerimonia. Così Valmadrera ha celebrato, sobriamente come la ricorrenza vuole, la Liberazione avvenuta nel giorno del 25 aprile 1945. Il sindaco Antonio Rusconi, dopo il discorso alla cittadinanza effettuato tramite la sua pagina Facebook, ha officiato la cerimonia: dopo aver posato i fiori a ridosso del Monumento ai Caduti, aver ascoltato le note del "Silenzio" e aver assistito all'innalzamento della bandiera italiana, il primo cittadino, Alessandra Dell’Oro (Associazione Caduti e Dispersi), Enrico Longhi (vice capogruppo degli Alpini) e Cristian Francese (Comandante della Polizia Locale) hanno rivolto una breve preghiera in memoria di chi ha perso la vita. Presente sul posto anche don Isidoro Crepaldi e un drappello di persone, che hanno assistito al momento di raccoglimento a qualche decina di metri di distanza.

25 aprile: il discorso del sindaco Antonio Rusconi

"Care Valmadreresi, Cari Valmadreresi,
è un 25 aprile particolare, che ci toglie l’emozione, il contatto fisico, il calore umano della partecipazione della gente, delle Associazioni promotrici, della Banda, soprattutto dei ragazzi delle scuole, ma è un 25 aprile forse più vero, al di fuori della retorica, che ci ricorda il dovere di essere uniti di fronte a difficoltà enormi e a sofferenze quali la recente epidemia ha portato nel nostro paese, nel nostro territorio.

“Se fosse possibile dire saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a domani, credo che tutti accetteremmo di farlo – Ma non è possibile – Oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso. Si tratta di vivere il tempo che ci è dato vivere con tutte le sue difficoltà”.

Parole che sembrano scritte ieri, in realtà sono le ultime pronunciate da uomo libero di Aldo Moro il 28 febbraio 1978 prima del rapimento da parte delle Brigate Rosse.
Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi, come furono quei giovani partigiani, ma anche soldati lasciati allo sbando dopo l’8 settembre, religiosi, Carabinieri che si ribellarono alla dittatura nazifascista in nome di valori e ideali che non volevano spenti.

Diremmo, che mai come nel giorno del 25 aprile, è importante oggi RESISTERE perché si crede in un futuro migliore.
Solo partendo da una commossa rievocazione del 25 aprile possiamo capire e comprendere il senso di gratitudine che noi oggi dobbiamo avere per quegli uomini e quelle donne, che amavano a tal punto la democrazia e la libertà. E’ la lezione della storia che rimane comunque maestra di vita, se pensiamo che Tucidide, l’inventore della ricerca storica, alla fine di un conflitto che aveva massacrato intere generazioni di giovani greci, quale la “Guerra del Peloponneso”, lui uomo di parte e di bandiera, così volle esordire nella sua premessa: “Vi scrivo queste cose, perché rimangano possesso per sempre”. 

Questo è il primo compito del nostro appuntamento, rievocare una tragedia, la guerra, ma anche una conquista, la democrazia e una liberazione, riscoprire la Resistenza come fatto popolare, il valore a 70 anni di distanza dell’Assemblea Costituente, la scelta della Repubblica, lo sforzo di coesione di diverse culture democratiche che dal 1943 al 1948 collaborarono per costruire le fondamenta di questo Paese, unite nella fiducia per la democrazia, nel lavoro per la dignità dell’uomo, nell’amore per la libertà.

Vorrei che assumessimo dalla cerimonia di oggi, questo esempio: in un Paese e in un mondo ideologicamente e drammaticamente diviso in due, i lavori dell’Assemblea Costituente portarono a una Costituzione praticamente approvata all’unanimità, perché dalla Resistenza i Padri Costituenti avevano imparato che erano importanti i valori che li avevano uniti.

Questa è una lezione straordinaria per questi giorni di inaspettata sofferenza: in questo momento tutti i livelli istituzionali devono con fiducia lavorare insieme e evitare il più possibile polemiche che non portano a risolvere alcun problema.

La ricorrenza del 25 aprile di sicuro ci ricorda che il passato non è una generica eredità avuta in sorte, ma è una responsabilità e mi sembra giusto ricordare Luigi Mandelli appena scomparso, uno degli ultimi reduci valmadreresi dai campi di concentramento in Germania.

Ogni comunità, ogni città è costruita, retta e vissuta autenticamente solo da chi ne ha memoria.
La memoria è il meglio del nostro passato, è quella parte della nostra esperienza che dice del senso di noi, di chi stiamo diventando e che è in grado di aiutarci per vivere bene il presente. La memoria umana, come quella dei moderni dispositivi tecnologici, conserva il senso delleesperienze fatte e guida l’agire.

Rinnovare la memoria è educare. Così non è possibile dimenticare che proprio la memoria degli orrori della 2a guerra mondiale ispirò De Gasperi, Schumann e Adenauer al sogno di una comunità europea che era anzitutto un progetto politico, unito proprio sui valori della libertà e della democrazia riconquistate, mentre oggi rischia di diventare esclusivamente un mercato economico, incapace di scelte comuni sui problemi fondamentali.

E l’ultimo omaggio, oggi, idealmente mentre poso la corona che porta incisi i nomi dei Caduti Valmadreresi nelle due guerre mondiali, è la dedica alla generazione di anziani, che tutta la Lombardia e anche il nostro territorio sta perdendo, una dedica di gratitudine per quanto fatto, di conforto per i parenti, di preghiera per tutti.

Lo prendo dal racconto di Fulvio Marcellitti “Se ne vanno”, molto popolare negli ultimi giorni sui social:
“Se ne vanno. Mesti, silenziosi, come magari è stata umile e silenziosa la loro vita, fatta di lavoro, di sacrifici. Se ne va una generazione, quella che ha visto la guerra, ne ha sentito l’odore e le privazioni, tra la fuga in un rifugio antiaereo e la bramosa ricerca di qualcosa per sfamarsi. Se ne vanno mani indurite dai calli, visi segnati da rughe profonde, memorie di giornate passate sotto il sole cocente o il freddo pungente. Mani che hanno spostato macerie, impastato cemento, piegato ferro, in canottiera e cappello di carta di giornale. Se ne vanno quelli della Lambretta, della Fiat 500 o 600, dei primi frigoriferi, della televisione in bianco e nero. Ci lasciano, avvolti in un lenzuolo, come Cristo nel sudario, quelli del boom economico che con il sudore hanno ricostruito questa nostra nazione, regalandoci quel benessere di cui abbiamo impunemente approfittato. Se ne va l’esperienza, la comprensione, la pazienza, la resilienza, il rispetto, pregi oramai dimenticati. Se ne vanno senza una carezza, senza che nessuno gli stringesse la mano, senza neanche un ultimo bacio. Se ne vanno i nonni, memoria storica del nostro Paese, patrimonio della intera umanità. L’Italia intera deve dirvi GRAZIE e accompagnarvi in quest’ultimo viaggio con 60 milioni dicarezze...”

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