Mercoledì, 22 Settembre 2021
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Ampliamento della cava sul Magnodeno: tutti i "perchè" del Comitato sul "no" alla richiesta di Unicalce

Dopo aver raccolto 33mila firme, il gruppo di attivisti sta portando avanti la sua battaglia a suon di numeri, immagini e video

Si potranno condividere o meno le loro posizioni, che hanno incontrato il favore di altre 33mila persone, ma tra gli attivisti del Comitato "Salviamo il Magnodeno" si nota una certa chiarezza d'intenti, messa nero su bianco con studi, dati, numeri, grafiche e contenuti mediatici. La si nota soprattutto durante la conferenza stampa che hanno tenuto durante la serata di lunedì 12 aprile: un'ora dedicata all'esposizione di quanto raccolto e messo in fila nel corso degli ultimi mesi, elementi che sono serviti per sensibilizzare e hanno contribuito a procedere con il rinvio della Conferenza dei Servizi dello scorso 31 marzo al prossimo 27 maggio; sul tavolo c'è l'autorizzazione da concedere a Unicalce per l'ampliamento di 2.791.000 metri cubi di materiale della cava "Vaiolo Alta", in linea con quanto previsto nel Piano Cave approvato nel 2015. Lo scontro tra i due mondi all'opposto, in questo periodo, si sta facendo più aspro: si è arrivati, in questi ultimi giorni, alle due diffide che la storica azienda lecchese ha fatto pervenire a due persone per dei commenti lasciati «a titolo personale» su Facebook. 

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«La valutazione dell'impatto ambientale è un elemento che dev’essere superato per arrivare a un autorizzazione; qualora le criticità rilevate da uno studio fossero eccessive, malgrado il Piano non si potrebbe procedere», ha introdotto Edoardo Magni prima di lasciare la parola a Martina Corti per l'esposizione della lunga e interessante presentazione.

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Edoardo Magni

Gli argomenti del Comitato "Salviamo il Magnodeno"

«Lo studio ambientale condotto dall'azienda è parziale - ha subito precisato l'attivista -, molti aspetti sono stati sottovalutati o addirittura trascurati. La gran parte delle immagini e dei contributi presentati sono pubblici e derivano dalla documentazione ufficiale presentata alla Conferenza dei Servizi. Il progetto propone di ampliare la cava e di asportare oltre 2 milioni e 700mila metri cubi di materiale, che andrebbero a raddoppiare il limite attualmente concesso a Unicalce. Il materiale preso in esame è di due tipi: calcare dolomitico e calcare marmoreo».

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Martina Corti

Il progetto di coltivazione è stato impostato prevedendo due fasi di durata quinquennale. Il progetto di gestione produttiva vede il coinvolgimento di 78.740 metri quadri di ambito, dei quali circa 61.000 metri quadri che si svilupperebbero in prosecuzione di aree già attualmente interessate dall'attività estrattiva. Le scarpate sarebbero modellate secondo quanto previsto dal Piano Cave.

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Il Tuff

Altro tema particolarmente toccato è quello del torrente Tuff: «È fortemente coinvolto nell’attività di escavazione. Le acque dovrebbero essere regimentate e non dovrebbero ristagnare, ma Arpa ha riferito che manca un documento che riferisca sullo stato attuale della situazione». E in questi giorni sia Arpa che il Comune di Lecco hanno avanzato dubbi e critiche al progetto di escavazione di Unicalce. A rafforzamento del concetto il Comitato ha mostrato dei video del torrente girati nel corso di giugno 2020, che «mostrano la necessità di avere dei chiarimenti da parte della proprietà»; a tal proposito da Palazzo Bovara è arrivata la richiesta di uno studio idrogeologico in relazione al cambio di portata del torrente a valle, nelle cui acque è stata riscontrata la presenza del gambero di fiume autoctono, «il che prevederebbe la creazione di un sito d’interesse comunitario».

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«Problemi alla salute sono sottostimati»

«Come previsto dal Piano Cave all’art. 24, vogliamo richiamare a un impegno che vada oltre il sopralluogo del prossimo 14 aprile; si faccia uno studio serio dell’area interessata, vista la presenza di falde e sorgenti», ha proseguito Corti di prima di concentrarsi sulla vasca di laminazione «che dovrebbe regimentare l’acqua raccolta dal sito estrattivo. Sia Comune che Arpa hanno presentato grandi perplessità in merito a questa opera, non se ne capisce proprio il fine dato che creerebbe ulteriori criticità».

Inevitabilmente si tocca il tema della qualità dell'aria: «Gli effetti nocivi sulla salute delle persone sono ben noti, ma lo studio aziendale li sottostima. Uno studio d’impatto ambientale non può, infatti, non confrontarsi con l’incidenza degli agenti atmosferici come il forte vento. Ats ha riferito la necessità di prendere in considerazione l’incidenza del particolato atmosferico nell’aria della nostra città; uno studio sull’attività di Vaiolo Alta dev’essere posto all’ordine del giorno».

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L'impatto visivo

Infine, ma non meno importante, c'è il tema dell'impatto visivo: «Nello studio condotto da Unicalce sono state inserite delle fotografie scattate da delle prospettive che non rendono il giusto riscontro; guardare verso il Magnodeno da aree alte cambia completamente lo scenario. Il metodo di ripristino ambientale, inoltre, non ci trova d’accordo; bisognerebbe puntare su altre forme e non sull’enfatizzazione dei "gradoni". Non vogliamo abituarci a vedere una montagna a strisce».

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«L'escavazione sia fermata»

La parola, quindi, torna a Magni: «Entro la prossima Conferenza del 27 maggio dev’essere valutato il rispetto della convenzione attualmente in vigore; all’interno di questa non si parla, infatti, degli stabili che venivano utilizzati un tempo e oggi sono dismessi, purtroppo una cartolina che viene consegnata da Lecco a chi esce dal Monte Barro percorrendo la Statale 36. Oggi si parla tanto del Magnodeno, ma con riferimento al 2034: ce n’è abbastanza per parlarne, e tanto, già da ora, dato che i segnali in arrivo dalla montagna sono molto chiari; possiamo sottovalutarli e andare oltre, oppure possiamo pensare a come gestire quell’area. Se il Comune ha degli interessi, speriamo li possa attuare già oggi chiarendosi le idee al più presto. Al momento il quadro è quello di un’attuale voragine che verrà ripiantumata, ma rimarranno dei gradoni decisamente alti a ricordo».

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Magni guarda anche al lato economico: «Per ogni metro cubo estratto, 49 centesimi devono andare al Comune per intervenire sugli effetti provocati dalle cave; chiediamo chiarezza sull’utilizzo questi soldi pubblici, che l’azienda ha correttamente inviato alle Amministrazioni. Quali spese sono state sostenute? Quali sono stati utilizzati per Vaiolo Alta?». La richiesta finale è quella senza "se" e senza "ma": «Riteniamo ci siano tutti limiti tecnici per procedere con lo stop all’escavazione».

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