(foto di repertorio)
Attualità

«I malati fragili devono essere tutelati dalla sanità pubblica»

Lettera della moglie di un paziente di Alzheimer ricoverato al Manzoni per un'ulcera duodenale. «Lo hanno guarito, ma è tornato a casa un fantasma. Serve maggiore sensibilità ai loro bisogni»

Nota- Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di LeccoToday

Mio marito affetto da Alzheimer è stato ricoverato tre settimane all'ospedale Manzoni di Lecco, per ulcera duodenale. Non voglio mettere in croce nessuno, desidererei solo che con pazienti così fragili, si ponesse un minimo di attenzione in più. Ho alcune cose che mi martellano dentro e che vorrei portare all'attenzione di chi è preposto nelle varie categorie di cura di questi pazienti.

A una assistente sociale dell'ospedale, visto che mio marito era stato sottoposto al secondo tampone covid dall'ingresso in ospedale (il primo, negativo già in Ps) ho chiesto quante ore si dovesse aspettare l'esito: la risposta è stata 6/8 ore, io ho ribattuto facendo notare la mia preoccupazione per l'attesa fino al giorno dopo (erano le 16) e lei mi ha risposto "Tanto a lei cosa cambia?". Ha presente signora assistente sociale cosa voglia dire essere la moglie di un paziente Alzheimer? Che viene lasciato solo, senza poter chiamare né essere chiamato? (grazie a Dio, devo dare atto che venivo informata giornalmente sulle sue condizioni cliniche). Beh, signora assistente sociale, la sua risposta mi ha scioccato!

Mio marito è stato visto anche da una neurologa, che non mi ha mai contattato una sola volta al telefono per sapere le condizioni di Pino prima del ricovero; visto e considerato che Pino non risponde alle domande, come minimo una telefonata da parte sua era d'obbligo.

«Non mi hanno ascoltata»

Passiamo alla parte più interessante: fare alzare Pino dal letto o quanto meno fargli della ginnastica passiva. Ben tre medici che all'inizio di ogni settimana prendevano in carico Pino mi hanno chiesto se camminasse prima del ricovero e io per tre volte ho risposto che camminava eccome, sia fuori casa che in casa. Ora io mi chiedo se già il medico della prima settimana non potesse o dovesse annotare sulla cartella clinica questa importante notizia sul paziente. Questo ha significato che Pino di settimana in settimana veniva lasciato allettato, facendolo diventare incontinente forzato, perché prima non lo era affatto. Alla dimissione leggo fra le altre cose, questa: visita fisiatrica, "Deambulazione non testata per rischio caduta. Non indicazione di riabilitazione".

Veniamo al post-dimissioni. Ora ci troviamo al Resort "Le salette" di Verderio, grazie al dottor Binda, amico di vecchia data e direttore sanitario del citato resort. Situazione attuale: arrivato lunedì con ambulanza, martedì Pino cammina, mercoledì fa le scale a salire e scendere, si allaccia le scarpe, riprende a mangiare da solo, si fa la barba e si lava i denti. A Lecco dicono che i cadaveri si mettono via dopo morti! Forse ci voleva un po' più di pazienza? Un po' di empatia in più o forse semplicemente fare il proprio lavoro?

Ho fatto questo scritto perché non mi va giù che se si ha qualche risparmio si può, privatamente, "salvare" i propri cari dalle "leggerezze altrui", mentre se non ci sono le possibilità si deve morire! Un consiglio che vi può essere utile, ma molto più utile al famigliare che si riprende il proprio caro (Pino alla dimissione sembrava un barbone in fin di vita; tre settimane di barba, nonostante avesse il rasoio fra le sue cose), è che dovreste far fare il tampone Covid alla persona di riferimento del paziente fragile, lo pagherebbe tranquillamente e potrebbe rimanere per tutta la degenza del paziente (si pagherebbero anche pranzi e cene senza dubbio), così da non far perdere al malato il proprio "faro" creando meno danni magari irreparabili.

Covid, «impiegare Protezione civile e volontari nella campagna di vaccinazione»

Queste cose che ho detto per Pino si sono risolte grazie alle nostre possibilità economiche, ma quanti "Pino" sarebbero ancora lì nel letto con le sponde e il materasso antidecubito ad aspettare qualcuno che mandato dall'Asl si prendesse cura di loro? Dimissioni protette cosa significa? Arrivare a casa col paziente e non avere riferimenti se non una infermiera professionale a pagamento? O significa il passaggio di un'altra settimana di allettamento per istruzione della pratica e avvio della fisioterapia? Pora cà senza tecc, dicono a Lecco, e questa sarebbe la sanità quella buona? Quella della Regione Lombardia, fiore all'occhiello? Mi rifiuto di sapere come sia quella pessima! Stavo dimenticando: il paziente, che come da lettera di dimissione avrebbe dovuto "stare in un letto con spondine e guardato a vista 24 ore su 24 perché avrebbe potuto scavalcarle", è qua che dorme beato nel letto matrimoniale vicino a me, nel resort di Verderio, dove con pazienza e competenza stanno riabilitando (siamo a giovedì e fa quasi tutto da solo) il "mostro" che avete creato voi in tre settimane! Dosi da cavallo di tranquillanti più costrizione nel letto e mai fatto camminare per tre settimane, non male per un malato di Alzheimer, vi ringrazio perché lo avete guarito dall'ulcera, ma complimenti per tutto il resto!

Grazia, moglie di Pino

Si parla di

In Evidenza

Potrebbe interessarti

«I malati fragili devono essere tutelati dalla sanità pubblica»

LeccoToday è in caricamento