Domenica, 26 Settembre 2021
Attualità

«In quelle scatole di Natale vedo tanta generosità ma non la carità»

La lettera controcorrente di un volontario lecchese sulle migliaia di doni raccolti: «Tutte quelle scatole anonime non mi rendono felice»

Nota- Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di LeccoToday

In questi giorni c'è un grande fermento e una grande gioia per la generosità dei lecchesi, di fronte a quella montagna di scatole (oltre duemila, ndr) dono raccolte con il contributo di tantissimi cittadini.

Lo so che con queste parole farò scontenti molti lettori e mi attirerò lo sdegno di tanti, ma non posso non condividere queste riflessioni che sono frutto della mia vita di volontario in aiuto dei bisognosi.

Ho imparato la differenza di messaggio che c'è tra donare qualcosa depositando un'offerta o un genere alimentare in una cassetta, a volte togliendolo dal nostro superfluo e quindi senza incidere sul nostro bilancio, e il portarlo di persona a qualcuno nel bisogno, suonando il suo campanello o addirittura entrando in casa sua.

«Nel dono c'è amore per chi lo riceverà»

Nel gesto del dono, se è un dono sincero, c'è innanzitutto amore per la persona che lo riceverà, c'è attenzione nei confronti delle sue necessità, delle sue preferenze, dei suoi sogni, dei suoi gusti, insomma c’è una fase "preparatoria" che ci spinge a pensare a lui e a ciò che lo potrebbe fare felice. Ed è questo l'atteggiamento che abbiamo nei confronti dei nostri figli, dei nostri genitori, dei nostri amici quando pensiamo a un regalo per loro.

Mettereste mai un oggetto, del denaro, in un contenitore che poi qualcun altro, che non conosce nè noi né il destinatario, consegnerà a domicilio a nostra mamma, nostro papà, nostro figlio o consorte? Io dico di no, perché vogliamo loro bene e li vorremmo vedere in faccia quando scarteranno il regalo e rimarranno sorpresi.

Nel dono c'è una parte di noi che dice all'altro: eccomi, io ci sono nella tua vita, tu sei nella mia vita e sei importante per me. Questo dono non è un dono qualsiasi, è "il mio dono".

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E se questo atteggiamento lo facciamo nostro anche con gli sconosciuti, con gli "altri", con gli ultimi, allora qui c'è la Carità, perché la carità è sinonimo di amore, per i cristiani è l'amore di Dio che si trasmette, per i non credenti è l'amore dell'uomo che viene messo in circolo. Me sempre amore è.

Io, in questi pacchi, vedo tanta generosità, ma non vedo la carità se non in una forma "delegata", vai tu perché io non ho tempo, non sono capace, non saprei a chi darlo.

Si potrà obiettare "ma io non conosco la persona che riceverà il mio nome, come faccio":  chi promuove un'iniziativa deve far conoscere, deve mettere in contatto, altrimenti è come un pacco portato da Amazon: se chiedessimo al corriere da chi arriva ci risponderebbe "io so solo chi è il destinatario, non so chi te lo manda".

Ammiro tutti quelli che si sono sentiti toccati e si sono offerti per donare so che lo fanno con generosità, ma il problema sta in quelli che organizzano queste iniziative, che le rendono impersonali e anonime: se davvero abbiamo a cuore il bene delle persone che soffrono, dobbiamo anche saper indirizzare e promuovere iniziative in cui ognuno di noi ci metta la faccia, non solo la mano nella cassetta delle offerte, perché niente vale di più di un augurio detto a voce, di un saluto portato di persona, di un sorriso fatto guardandosi negli occhi. E questo è lo spirito del Natale, IO oggi VENGO DA TE perché ci tengo a te.

Giuseppe Butta

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