Coronavirus, «in Lombardia magheggi sui numeri per riaprire». Il Pirellone: «Non è vero». Partono le denunce

Il presidente di Gimbe, storica fondazione scientifica, contro la Regione, che non ci sta e passa alle vie legali

Attilio Fontana, Presidente di Regione Lombardia

Accuse precise, nette. Riferimenti circostanziati e, secondo gli stessi accusatori, supportati dai numeri. La Lombardia "aggiusta" i numeri per paura di essere "fermata" in questa fase 2 dell'emergenza Coronavirus? «La risposta è affermativa, anche perché si sono verificate troppe stranezze». A sganciare la bomba, in un'intervista a Radio 24, è Nino Cartabelotta, presidente di Gimbe, la fondazione che promuove la ricerca scientifica indipendente e che dall'inizio dell'epidemia sta analizzando con costanza e precisione tutti i dati sul contagio in Italia. 

«Noi con le nostre valutazioni indipendenti abbiamo documentato questa problematica, che sottende al fatto che nella fase 2 quando c'era la necessità di avere una raccolta dati precisa, analitica e capillare è un po' come se si fosse mollato tutto», ha esordito Cartabelotta. Che ha poi sottolineato un problema non di poco conto: «Il decreto del 16 maggio ha affidato interamente alle regioni la responsabilità del monitoraggio e di eventuali misure in deroga di tipo restrittivo. Questa coincidenza di controllore e controllato può far sì che ci siano comportamenti opportunistici quale effettuare meno tamponi diagnostici. Il numero totale dei tamponi - ha spiegato l'esperto - include infatti anche quelli di controllo che corrispondono a un terzo e quindi noi dobbiamo riferirci solo ai diagnostici. È evidente che se si fanno meno tamponi si identificano meno casi e si adultera anche il famoso indice Rt». 

«Ragionevole sospetto che regione aggiusti i dati»

Quindi, ecco il riferimento diretto alla Lombardia, che insieme alle altre regioni più colpite «Liguria ed Emilia Romagna fa 1.200-1.600 tamponi al giorno, ma il virus per trovarlo lo devi cercare e se non lo cerchi non è ovvio che non ci sia». 

Dietro questa ricerca "blanda" si nasconde la paura di ripiombare nel lockdown e c'è davvero il sospetto che le amministrazioni "lavorino" i dati a proprio piacimento? «Per la Lombardia la risposta è affermativa - il duro j'accuse di Cartabelotta -. Anche perché in Lombardia si sono verificate troppe stranezze sui dati nel corso di questi tre mesi: soggetti dimessi che venivano comunicati come guariti alla protezione civile e quindi andavano  ad alimentare il cosiddetto silos dei guariti, alternanze e ritardi nella comunicazione dei dati, che poteva essere giustificata nella fase dell'emergenza quando c'erano moltissimi casi ma molto meno ora e paradossalmente i riconteggi sono molto più frequenti in questa fase 2. È come se ci fosse una sorta di necessità di mantenere sotto un certo livello quello che è il numero dei casi diagnosticati», ha ribadito il numero uno di fondazione Gimbe. 

E ancora: «La Lombardia - ha continuato Cartabelotta - probabilmente ha avuto questa enorme diffusione del contagio in una fase precedente al caso 1 di Codogno e le misure di lockdown, come avevamo chiesto noi all'inizio di marzo, dovevano essere molto più rigorose e restrittive. Noi addirittura chiedevamo la chiusura dell'intera Lombardia, un po' come Wuhan, perché era evidente che quel livello di esplosione del contagio non poteva che essere testimonianza di un virus che serpeggiava in maniera molto diffusa già nel mese di febbraio. Questo non è stato fatto, sono state prese tutta una serie di non decisioni, come la non chiusura delle zone di Alzano Lombardo e Nembro, che hanno determinato tutto quello che è successo nella bergamasca che ricordiamo con le tragiche immagini delle bare di Bergamo, e poi una smania ossessiva di riaprire perché è ovvio che è il motore economico d'Italia».

Coronavirus, «i magheggi sui numeri»

Quindi, sempre Cartabelotta: «La nostra grossa preoccupazione è che in questo momento la situazione lombarda sia quella che uscirà per ultima da questa tragedia. Perché se si chiude troppo tardi e si vuole riaprire troppo presto, e si combinano anche dei magheggi sui numeri, si capisce bene che è ovvio che la volontà politica non è quella di dominare l'epidemia ma è quella di ripartire al più presto con tutte le attività, e questo non lascia tranquilli». 

La situazione, secondo il presidente di Gimbe, «non è fuori controllo, ma non si sta effettuando un testing adeguato. È evidente che i casi sommersi sono 10-20 volte quelli esistenti e se non li vado a identificare, tracciare e isolare questi continuano a girare e contagiare. È un cane che si morde la coda - ha concluso -. Da un lato non voglio fare troppi tamponi per evitare di mettere sul piatto troppi casi, dall'altro non identificando questi casi non tracciando e non isolando alimenta il contagio». 

Il Pirellone replica (e querela la fondazione)

Di parere opposto, chiaramente, il Pirellone, che ha subito parlato di parole "gravissime, offensive e soprattutto non corrispondenti al vero». La Regione Lombardia ha deciso di presentare una querela contro la fondazione Gimbe e il suo presidente Nino Cartabellotta: «Un atto inevitabile, il nostro, dopo quanto affermato dal presidente della fondazione». Sotto accusa in particolare l'affermazione second cui in Lombardia «si combinino anche dei magheggi sui numeri».

«In Lombardia - si legge in una nota - fin dall'inizio della pandemia i dati vengono pubblicati in maniera trasparente e inviati alle Istituzioni e alle autorità sanitarie preposte. Nessuno, a partire dall'Istituto Superiore di Sanità, ha mai messo in dubbio la qualità del nostro lavoro che, anzi, proprio l'Iss ha sempre validato ritenendolo idoneo per rappresentare la situazione della nostra regione».

«È dunque inaccettabile - hanno concluso dal Pirellone - ascoltare simili affermazioni che ci auguriamo vengano rettificate da chi le pronunciate».

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