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Sciopero alla Riello: quattro ore con le braccia incrociate

I lavoratori lecchesi hanno supportato la causa dei colleghi di Morbegno

Morbegno e Lecco unite nella mobilitazione contro la Riello. Nella mattinata di venerdì 19 aprile una delegazione della Fiom Cgil Lecco, composta da una trentina di lavoratori della Riello, si è recata in provincia di Sondrio e ha preso parte al presidio organizzato da Fim Cisl e Fiom Cgil davanti allo stabilimento valtellinese dell’azienda, dove contestualmente è stato convocato uno sciopero per l’intera giornata lavorativa. La vicenda è ormai tristemente nota: la multinazionale Carrier Corportation, proprietaria dello storico marchio italiano attivo nella produzione di sistemi per riscaldamento e condizionamento, intende chiudere il sito di Morbegno entro luglio con lo spostamento della produzione negli altri stabilimenti del gruppo e l’esternalizzazione della parte relativa ai ricambi, lasciando così a casa i 61 dipendenti. Questa situazione non può che preoccupare le rappresentanze sindacali e i lavoratori delle realtà limitrofe, tra le quali vi è appunto il nostro territorio; a Lecco, in via Risorgimento, Riello ha uno stabilimento in cui operano un centinaio di persone, addette soprattutto a Ricerca e Sviluppo, e dove sono state indette quattro ore di sciopero in solidarietà ai colleghi valtellinesi.

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La vicenda Riello

Nei prossimi giorni le organizzazioni sindacali chiederanno un incontro alla proprietà per avere chiarimenti sul futuro del sito di Morbegno e degli altri stabilimenti del gruppo. Incontri del genere erano in realtà già avvenuti negli scorsi mesi, ma i lavoratori non avevano ottenuto le risposte attese. Giuseppe Cantatore, componente di Segreteria della Fiom Cgil Lecco, afferma che “nel nostro Paese non ci sono regole precise e puntuali per l’attività delle multinazionali, che possono quindi beneficiare di sussidi pubblici grazie ai quali aumentare i profitti nel breve periodo, senza che questi siano vincolati ad alcuna forma di responsabilità sociale dell’impresa stessa. In altre parole, le multinazionali sfruttano al massimo il grande know how dei nostri lavoratori e la capacità produttiva dei nostri impianti, senza restituire al territorio i giusti benefici in termini di crescita economica e occupazione. Se lo Stato non rimedia al più presto a questa mancanza le conseguenze sociali saranno sempre più gravi”.

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