Lecco, il "si": Liliana Segre diventa cittadina onoraria

La senatrice a vita, deportata nei campi di concentramento al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau nel 1944, è stata insignita del riconoscimento nella serata di lunedì 27 gennaio

Liliana Segre, senatrice a vita della Repubblica Italiana

Liliana Segre è cittadina onoraria di Lecco. A conferirle il prestigioso riconoscimento è stato il Comune di Lecco, che ha votato con un unanime "si" la proposta avanzata da Alberto Anghileri (Con la Sinistra) e Agnese Massaro (Partito Democratico) lo scorso novembre 2019. Il risultato del voto è stato accolto con uno scrosciante applauso: dopo Olginate, quindi, anche Lecco conferisce alla donna un giusto riconoscimento.

La storia di Liliana Segre

Nata a Milano in una famiglia ebraica, visse col padre, Alberto Segre, e i nonni paterni, Giuseppe Segre (affetto da una grave forma di malattia di Parkinson) e Olga Loevvy. La madre, Lucia Foligno, morì quando Liliana non aveva neanche compiuto un anno. Di famiglia laica, Liliana ebbe la consapevolezza del suo essere ebrea attraverso il dramma delle leggi razziali fascistedel 1938, in seguito alle quali venne espulsa dalla scuola che frequentava.

Dopo l'intensificazione della persecuzione degli ebrei italiani, suo padre la nascose presso degli amici, utilizzando documenti falsi. Il 10 dicembre 1943 provò, assieme al padre e due cugini, a fuggire a Lugano, in Svizzera: i quattro furono però respinti dalle autorità del paese elvetico. Il giorno dopo, Liliana Segre venne arrestata a Selvetta di Viggiù, in provincia di Varese, all'età di tredici anni. Dopo sei giorni in carcere a Varese, fu trasferita a Como e poi a San Vittore a Milano, dove fu detenuta per quaranta giorni.

Il 30 gennaio 1944 venne deportata dal binario 21 della stazione di Milano Centrale al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, che raggiunse dopo sette giorni di viaggio. Fu subito separata dal padre, che non rivide mai più e che sarebbe morto il successivo 27 aprile. Il 18 maggio 1944 anche i suoi nonni paterni furono arrestati a Inverigo (provincia di Como); dopo qualche settimana anche loro vennero deportati ad Auschwitz e uccisi al loro arrivo, il 30 giugno 1944.

Alla selezione, Liliana ricevette il numero di matricola 75190, che le venne tatuato sull'avambraccio. Fu messa per circa un anno ai lavori forzati presso la fabbrica di munizioni Union, che apparteneva alla Siemens. Durante la sua prigionia subì altre tre selezioni. Alla fine di gennaio del 1945, dopo l'evacuazione del campo, affrontò la marcia della morte verso la Germania.

Venne liberata il primo maggio 1945 dal campo di Malchow, un sottocampo del campo di concentramento di Ravensbrück che fu liberato dall'Armata rossa. Dei 776 bambini italiani di età inferiore ai 14 anni che furono deportati ad Auschwitz, Liliana fu tra i 25 sopravvissuti.

Al rientro nell'Italia liberata, visse inizialmente con gli zii e poi con i nonni materni, di origini marchigiane, unici superstiti della sua famiglia.

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(Fonte: Wikipedia)

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