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7 marzo 1944, a Lecco una cerimonia per ricordare i deportati

Ventiquattro operaie e operai furono arrestati e deportati a Mauthausen, oggi il ricordo delle autorità

Una giornata di memoria per Lecco, oggi 6 marzo: il 7 marzo di 71 anni fa, nel 1944, ventiquattro operai della Bonaiti vennero arrestati dai repubblichini perché aderenti a uno sciopero iniziato sette giorni prima a Torino, che quel giorno fermò le fabbriche del capoluogo lariano. A seguito dell'arresto gli operai vennero deportati nel campo di sterminio nazista di Mauthausen, dove 14 di loro persero la vita.

Nella mattinata di oggi, in ricordo di quel giorno tragico, si sono riuniti al parco 7 marzo 1944, in corso Matteotti, le autorità civili e militari cittadine, assieme alla sezione lecchese dell'Associazione nazionale partigiani d'italia e a Cgil, Cisl e Uil di Lecco.

Con loro era presente anche don Egidio Casalone, il parroco del rione di Castello, che ha voluto sottolineare l'importanza del ricordare gli avvenimenti e del tenere viva la memoria per non ripetere il male, che non porta mai alla felicità. 

Il corteo si è poi spostato verso la lapide posta in via Castagnera, dove Pino Galbani, l'unico degli operai deportati ancora in vita, ha ricordato i compagni assieme ai presenti, osservando qualche minuto di silenzio. La cerimonia si è conclusa con un omaggio floreale alla lapide.

Gli operai e le operaie deportati quel giorno furono Angelo Aldeghi, Regina Aondio, Carmine Berera, Emma Casati, Antonio Cedro, Isaia Cesana, Pietro Ciceri, Giacomo Antonio Conti, Alessandro Dell'Oro, Lino Funes, Giuseppe "Pino" Galbani, Ernesto Ghisleni, Filippo Goretti, Luigi Carlo Invernizzi, Giuseppe Mazzucotelli, Pietro Milani, Annibale Molinari, Elisa Missaglia, Antonietta Monti, Giuseppe Piazza, Angelo Riva, Policarpo Sangiorgio, Angelo Scardigli, Gino Schiavon e Agnese Spandri.

«Ricordo molto bene quel triste giorno in cui, recandomi alla mia scuola - scrisse in seguito Don Giovanni Ticozzi, che incontrò i deportati in catene in corso Matteotti - ho visto passare, legati insieme come malfattori e sorvegliati da brutti ceffi armati, i nostri operai destinati alla deportazione e alla morte. E uno di loro, vedendomi, mi rivolge questa frase in dialetto: “El ved, don Gioan, come sem consciaa?”. Non saprei dire precisamente chi fosse, perché i miei occhi erano velati dalle lacrime e il cuore ottenebrato da sentimenti non dico giustificabili, ma certo spiegabili, di ribellione e di rabbia impotente».

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