Accorpamenti, Daccò: "Lecco marginalizzata e rassegnata"

L'analisi dello storico sulla riorganizzazione delle istituzioni

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di LeccoToday

Un dubbio: tagliano 23 prefetture, in base al numero di abitanti ma, 48, circa la metà, ne hanno meno di quella soppressa di Lecco, a cominciare da Livorno, Rimini , Sassari, Pescara, Viterbo… Ne lasciano addirittura in vita alcune che hanno quasi la metà dei 348mila abitanti della Prefettura di Lecco, come Matera o Grosseto, Imperia o Ascoli Piceno che di abitanti arrivano a stento a 200mila, quasi la metà della nostra. E allora quale è il criterio utilizzato? Gli abitanti no, la superficie nemmeno, visto che quelle di Trieste o di Monza hanno un quarto della superficie della nostra. Una logica non sembra esserci, e forse non c’è.

Il colmo dell’assurdo riguarda la Prefettura di Sondrio, accorpata con (sic) Bergamo. Le due istituzioni sono contigue, peccato che di mezzo ci siano le Prealpi Orobiche e, quindi, l’unico collegamento è attraverso il Passo San Marco: una strada orribile e un passo, talvolta, chiuso dalla neve. La sede della Prefettura nuova dei due territori unificati sarebbe, così, distante 130 chilometri dalla Valtellina. “Dettagli secondari", secondo il burocrate del Ministero che ha previsto questa inconcepibile unificazione! 

Leggo la stampa lecchese, tutti i politici e sindaci sono d’accordo, neanche una piega, neppure un distinguo o una proposta. “È una razionalizzazione!", esclamano in coro. Peccato che così, con la Prefettura, se ne vadano anche tutti gli altri Uffici, dalla Ragioneria dello Stato, alla Questura, al Comando dei Carabinieri, dei Vigili del fuoco e dei Finanzieri, all’Inps, alla Camera di Commercio e così via, migliaia di posti di lavoro in meno e un sacco di problemi di spostamenti, a Como per Prefettura, Carabinieri e Vigili del Fuoco, a Bergamo per l’Aler, a Varese per i trasporti, a Monza per la Sanità, ecc. Il Lecchese non esisterebbe più, neppure per i sindacati, alcuni accorpati a Monza, altri a Como. Se va avanti così ci resterà, forse, un Presidio Sanitario. Forse. 

Delirante. Si perdono moltissimi posti di lavoro, si crea un guazzabuglio istituzionale, si fa recedere la città ad una condizione minoritaria e marginale che non ha mai avuto (per lo meno nell’Ottocento vi era la Sottoprefettura ) e le nostre Istituzioni zitte, mute, le labbra cucite, anzi quasi tutte d’accordo. La cosa non le riguarda, sembra. 

Non si tratta di campanilismo, figuriamoci, ma di semplice buon senso che in queste fusioni “a cavolo“, subite supinamente, manca del tutto.  Bisogna che le istituzioni moribonde e rassegnate, dalla Provincia alla Camera di Commercio al Comune (ex) capoluogo si attivino e facciano delle controproposte. Che dicano, ad esempio, che una fusione logica è quella con Sondrio, che da Lecco non può non passare e che, anche questo territorio, non può essere messo, del tutto a caso, ora con Bergamo, ora con Como, ora con chissà chi. La Valtellina una “extrema ratio“, in fondo, c’è l’ha: minacciare un referendum per tornare in Svizzera, dove è stata per secoli, ma noi lecchesi?

Gian Luigi Daccò

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