«La solitudine, la paura di non farcela: il Covid-19 lascia segni anche nella mente»

La testimonianza di Luigi Gasparini, guarito dopo quaranta giorni di malattia di cui dodici in ospedale. «L'aspetto sociale è fondamentale: nel post-epidemia dovremo affrontare la sofferenza di tante persone»

Luigi Gasparini

«La sensazione di annegare, l'angoscia di non rivedere più i tuoi cari, la solitudine. Il Covid-19 non è un virus che colpisce soltanto l'organismo, lascia ferite profonde nella mente e nell'animo. E obbliga la società a riflessioni importanti che andranno oltre l'aspetto sanitario ed economico».

Luigi Gasparini, 64 anni, mandellese residente a Brivio, dove gestisce lo Stallazzo della Cooperativa Solleva, da pochi giorni può dire di avere sconfitto il Coronavirus. Una vittoria non ancora definitiva, poiché non si può escludere con certezza una recidiva e perché dovrà sottoporsi ad accertamenti per escludere complicazioni e danni permanenti, ma quanto meno la fine di un incubo.

«Posso ritenermi fortunato - racconta Gasparini a Lecco Today - Ho avuto una forma intermedia, ho evitato la terapia intensiva ma sono stati quaranta giorni terribili, e c'è gente più giovane di me o con sintomi meno gravi che purtroppo non ce l'ha fatta. Ieri (giovedì, ndr) mi hanno dato l'assenso per uscire a fare la spesa, finalmente ho rivisto il sole e mi è sembrato quasi irreale. L'ultima volta che avevo messo il naso fuori di casa era ancora inverno».

Quaranta giorni da incubo

Gasparini ha vissuto una storia simile a quella di tanti affetti dal virus Sars-Cov2; i primi sintomi, febbre, spossatezza, tosse, il 6 marzo scorso; l'attesa al pronto soccorso di Merate il (tristemente celebre) giorno di sovraffolamento in cui dieci ambulanze rimangono in attesa di scaricare i pazienti; il ritorno al casa e l'illusione di avercela fatta; poi l'aggravamento e il ricovero per dodici giorni al Manzoni di Lecco.

In ospedale ancora ricoverate quattrocento persone. Un contagiato su dieci è un dipendente dell'Azienda

«Ho tanti ricordi di questo periodo, come frammenti indelebili - racconta - All'inizio i medici mi dissero che avevo soltanto una polmonite batterica e mi rispedirono a casa senza tampone. Gli antibiotici, però, non facevano effetto. Io vivo da solo: non riuscivo ad alzarmi dal divano. Il 15 marzo dovetti chiamare l'ambulanza. Ricordo la bombola di ossigeno e l'arrivo all'ospedale lecchese, dove posso dire di essere stato trattato molto bene. Rimasi in una camera singola per cinque giorni, poi cominciai a stare meglio e fui trasferito in reparto, dove conobbi un noto e stimato avvocato lecchese facendoci forza l'un l'altro. Evitai la terapia intensiva, con iperventilazione per sette giorni e poi la semplice mascherina con l'ossigeno, affiancata a terapia antiretrovirale. Quando la febbre sparì, mi proposero di andare a casa e liberare un posto. Era il 24 marzo. Da allora sono rimasto in autoisolamento domestico e piano piano ho recuperato forze e peso, circa 15 chili. Questa settimana, al secondo tampone negativo, sono stato dichiarato ufficialmente guarito».

«Malattia che ti lascia nell'abbandono»

Moltissimi i momenti difficili vissuti. «La cosa peggiore è la solitudine, ritrovarsi con una maschera di ossigeno senza sapere cosa sarà di te. Parlo soprattutto degli anziani, perché una persona che si trova lì in ospedale è in uno stato di completo abbandono. Una persona giovane e attrezzata riesce a gestire la situazione in maniera migliore, ma io una mattina sentivo piangere una donna che probabilmente si era accorta che sarebbe morta e non riusciva a trovare conforto. Adesso la situazione sta migliorando sotto questo punto di vista. All'inizio, invece, è venuto un po' meno l'aspetto psicologico e di assistenza. C'è un ambiente horror che ti circonda, in reparto e sui social: apri Facebook e leggi solo di morti, anche persone che conoscevi o più giovani di te. Quando fui portato in ospedale il 15 marzo, mandai praticamente messaggi di addio ai miei figli: non sapevo se sarei tornato a casa. Per fortuna è andata bene. Sono abituato a gestire le situazioni di stress, forse questo mi ha aiutato».

«Garantire i servizi alla persona»

Gasparini è infatti da sempre attivo nel sociale, per questo lancia un importante grido d'allarme finora poco considerato. «Il nostro compito futuro sarà quello di gestire il dopo-emergenza, quando la situazione sarà rientrata. Dovremo affrontare la sofferenza, e mi riferisco ai lutti non ancora elaborati. Tante famiglie non hanno avuto la possibilità di salutare i propri cari scomparsi. Chi ha difficoltà cognitive, penso agli affetti dalla sindrome di Down, sta gestendo la quarantena con grande stress. In queste persone si sta accumulando una sofferenza enorme che andrà gestita. Tutto il mondo del sociale è in forte crisi, perché non lavorando ed essendoci ammortizzatori blandi nel settore, c'è il rischio che molte cooperative possano saltare. Sono in contatto continuo con i presidenti di coop per capire come uscirne: c'è l'ipotesi concreta di fusioni tra diversi soggetti per salvarsi. Non possiamo fare mancare servizi fondamentali come l'assistenza a persone disabili o problematiche, specie nel post-pandemia».

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È d'accordo con la riapertura graduale dal prossimo 4 maggio? «Il mondo deve andare avanti, ma occorre fare attenzione perché bisogna prevenire. Ne usciremo già con l'infamia di avere fatto morire gli anziani in maniera indecorosa, e mi riferisco anche a persone che hanno contribuito a fare ripartire l'Italia nel Dopoguerra e si ritrovano a morire da sole e senza un funerale - conclude Gasparini - In questi due mesi la conoscenza del virus è migliorata e si riesce a contrastare meglio la malattia, gli ospedali sono meno in sofferenza. È innegabile che la stragrande maggioranza dei contagiati sviluppi pochi sintomi, e non gravi, ma per quella percentuale che deve affrontarlo è un incubo, con possibili ripercussioni anche dopo la guarigione».

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