Cronaca

"Insubria", l'indagine e gli arrestati del clan calolziese

Diciotto persone sono state arrestate perché affiliate a un "locale" 'ndranghetista, nel corso del blitz di questa mattina

Gli incontri fra i clan di Calolzio, Fino Mornasco e Cermenate avvenivano a Castello Brianza

Sono 38 gli indagati arrestati nella prima mattinata di oggi 18 novembre su ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Milano Simone Luerti su richiesta della Procura distrettuale antimafia milanese.
Gli arresti, che arrivano a seguito dell’indagine “Insubria”, nella quale sono stati documentati anche dei riti di affiliazione alla ‘ndrangheta, coinvolgono il clan locale di Calolziocorte e quelli di Cermenate e Fino Mornasco (Co).

Del “locale” di ‘ndrangheta di Calolzio, a capo del quale sono risultati essere Antonino Mercuri detto “Pizzicaferro” e Antonio Mandaglio detto “Occhiazzi”, rispettivamente “capo locale” e “capo società”, sono state arrestate in totale 18 persone: oltre ai due capi, i fratelli Antonio, Ivan e Marco Condo, Giovanni Buttà, del quale è stata filmata la cerimonia di conferimento della “dote”, ovvero il grado ‘ndranghetista di “Vangelo”, Rosario Gozzo, Domenico Lamanna, Luca e Bartolomeo Mandaglio, Giovanni Marinaro, Nicholas Montagnese, Antonino Panuccio e il nipote Albano, Francesco Petrolo, Salvatore Pietro Valente e Vittorio Varrone, tutti affiliati al “locale” e in possesso di diverse “doti”. L'affiliato Michelangelo Panuccio è l'unico della cosca calolziese agli arresti domiciliari.

L’indagine “Insubria”, avviata nel 2012 e conclusa al termine dell’estate 2014, ha mostrato come perdurino nel tempo alcuni aspetti e tradizioni dell’ambiente della ‘ndrangheta, ribadendo ancora una volta come le leggi dei clan siano vissute come superiori rispetto a quelle dello Stato.

Inoltre “Insubria” dimostra come continui a esistere l’organismo chiamato “La Lombardia” cui sono devoluti compiti di coordinamento delle locali presenti nell’intera regione, e dimostra anche l’effettiva unitarietà della ‘ndrangheta, che si manifesta anche attraverso il legame che unisce le Locali della Lombardia, a quelle di riferimento in territorio calabrese.

Le prove raccolte con le intercettazioni permettono di accertare la responsabilità penale di alcuni affiliati di origine calabrese e di alcuni imprenditori di origine lombarda, per diversi episodi di estorsione, anche tentata, e per detenzione e porto di armi clandestine.

Ulteriore conferma emersa dall’indagine “Insubria” è quella che riguarda il tramandarsi, ancora oggi, di padre in figlio, delle tradizionali regole di comportamento mafioso, che di fatto dimostrano la natura di antistato della ‘ndrangheta, dotata di proprie regole e di una propria impermeabile struttura subculturale. Sono infatti risultati numerosi i casi di giovanissimi figli o nipoti di alcuni degli ‘ndranghetisti indagati, introdotti all’associazione mafiosa attraverso veri e propri rituali di affiliazione. Nel corso dell’indagine i Carabinieri hanno assistito all’affiliazione del figlio di Salvatore Pietro Valente, tuttora minorenne.

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