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Macchie di sangue su un muro della scuola Diaz, dopo il passaggio dei poliziotti il 21 luglio 2001 (foto en.wikipedia.org)

Macchie di sangue su un muro della scuola Diaz, dopo il passaggio dei poliziotti il 21 luglio 2001 (foto en.wikipedia.org)

Sentenza Diaz, parla Enrica Bartesaghi, presidente del comitato Verità e giustizia: "Colpevoli impuniti, ma è un risarcimento morale"

A due giorni dalla sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, la presidente del comitato che si è battuto per la verità sui fatti di Genova esprime soddisfazione, ma ammonisce: "Serve una legge che condanni i responsabili di questi abusi e tuteli le vittime"

Esprime la sua soddisfazione la lecchese Enrica Bartesaghi, Presidente del comitato Verità e giustizia per Genova, alla notizia della sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo che, lo scorso 7 aprile, ha accolto il ricorso presentato da una delle vittime del massacro della scuola Diaz, condannando l'Italia per reato di tortura e per l'assenza di tale reato nell'ordinamento del nostro Paese.

«La sentenza della Corte europea ha messo nero su bianco quello che noi abbiamo denunciato per 14 anni, sentendoci a volte come se stessimo urlando nel deserto - afferma Bartesaghi, che si aspetta lo stesso esito anche per il ricorso presentato sui fatti della caserma di Bolzaneto - non saranno puniti i responsabili, perché in Italia non è ancora stato istituito il reato di tortura, ma per noi si tratta di un risarcimento morale».

Un risarcimento, quello morale, che va ad aggiungersi al pagamento dei 45mila euro che lo Stato dovrà versare ad Arnaldo Cestaro, 62 anni all'epoca dei fatti, che ha presentato il ricorso alla Corte europea: «Prima della Diaz faceva il camionista - ricorda Bartesaghi - dopo il massacro non ha più potuto guidare. Ma questi soldi saranno pagati dalle casse statali, quindi da noi cittadini: coloro che hanno commesso queste atrocità non hanno pagato e non pagheranno».

In un Paese in cui i tempi della giustizia e delle leggi sono tristemente noti, la domanda sorge spontanea: arriverà in Italia la legge che istituisce il reato di tortura? «Un disegno di legge è già in Parlamento, fermo da anni, ma ha subìto pesanti modifiche in Senato e, se verrà ulteriormente modificato alla Camera, in tutta onestà mi sento di dire che preferisco non avere una legge, piuttosto che una legge fatta male. La tortura deve essere un reato proprio, cioè riferito esclusivamente ai pubblici ufficiali e all'abuso di potere - spiega - deve essere imprescrittibile, cioè non deve andare in prescrizione, vista la gravità, e una legge deve prevedere, come per le vittime di mafia, un fondo di risarcimento. Una norma contro la tortura deve, insomma, fungere da deterrente per chi potrebbe compiere il reato, e deve permettere di identificare chiaramente i responsabili».

Una battaglia, quella per ottenere l'identificativo dei poliziotti, che il comitato ha portato avanti fino al 2014, anno in cui si è sciolto: «Riconoscere chi commette gli abusi significa non soltanto poter identificare con certezza i responsabili da punire - precisa Bartesaghi - ma anche poter tutelare i poliziotti "puliti", che non hanno colpe e non dovrebbero avere nulla da temere».

Il comitato Verità e giustizia per Genova, scioltosi lo scorso luglio dopo le sentenze della Cassazione sui fatti della Diaz e della caserma di Bolzaneto, si è costituito nel 2001, all'indomani del G8 di Genova che ha visto durissimi scontri fra le forze dell'ordine e i manifestanti. 

La sera del 21 luglio 2001 i reparti mobili della Polizia di Stato fecero irruzione nelle scuole Diaz, Pertini e Pascoli, centro di coordinamento e dormitorio degli attivisti del Genoa social forum, mettendo in atto quello che fu definito, al tempo, un pestaggio "da macelleria messicana".

Dei 93 attivisti fermati, 61 furono portati in ospedale, di cui 3 in prognosi riservata e uno in coma. Fra quei 61 c'era anche Sara, figlia di Enrica Bartesaghi, che allora aveva 21 anni e che risultò completamente irreperibile per due giorni nel passaggio fra la Diaz, l'ospedale e la caserma di Bolzaneto: «Pensai che fosse morta - ricorda sua madre - non era possibile che per 48 ore una persona nelle mani delle forze dell'ordine fosse scomparsa, non eravamo in Argentina». Sara, oggi, continua a soffrire gli strascichi di quello che ha vissuto a Genova quattordici anni fa, e da anni ha lasciato l'Italia. Il commento di sua mamma in merito non ha davvero bisogno di spiegazioni: «Posso dire solo che la capisco».

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