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Poste, è ufficiale: sette filiali chiudono in provincia di Lecco

Due in città, le rimanenti in provincia. Altri nove uffici apriranno a giorni alterni

Chiuderanno i battenti gli uffici postali dei rioni lecchesi di Acquate e San Giovanni, Beverate, Maresso, Rossino, Sala al Barro e Verderio superiore: queste le 7 filiali che saranno oggetto del piano di riorganizzazione aziendale.

Ad annunciarlo è la sezione lecchese di Cisl Slp, con un comunicato a firma del segretario Antonio Pacifico, il quale comunica anche che saranno 9, invece, gli uffici postali che apriranno a giorni alterni: Carenno, Colle Brianza, Ello, Margno, Monte Marenzo, Pagnona, Primaluna, Santa Maria Hoè e Taceno. In tutta la Lombardia sono previste 61 chiusure e 121 razionalizzazioni.

Il piano d’impresa, secondo il segretario, «Anziché realizzare in concreto investimenti e sviluppo per le attività dell’azienda, si limita ai soli interventi di tagli ai servizi con riduzione dei costi facendoli pesare sulla collettività».

Nei diversi uffici postali si stanno svolgendo, a seguito dell'annuncio, le assemblee dei lavoratori di Poste italiane, che manifestano tutto il loro disagio per le difficoltà quotidiane in cui sono costretti ad operare pur di servire i cittadini che si recano negli uffici postali. 

Difficoltà che Pacifico riassume così: «Mancanza di personale negli organici che non consente la copertura delle postazioni di sportello e delle sale consulenza, quotidiani distacchi di personale da un ufficio all’altro per permetterne l’apertura ed il funzionamento, prolungamenti dell'orario di lavoro, spesso nemmeno retribuiti, obbligo mensile di consumare giornate di ferie senza una programmazione che tenga conto delle reali esigenze del lavoratore, postazioni e strumenti di lavoro inadeguati, con sistemi informatici spesso bloccati e non funzionanti».

«Per queste ragioni - conclude il segretario - l’incolpevole personale, stanco e deluso per l’indifferenza e i ritardi aziendali nel risolvere le problematiche da tempo evidenziate, manifesta ampia disponibilità ad intraprendere ulteriori azioni di mobilitazione che potrebbero sfociare in uno sciopero della categoria, qualora l’azienda non ponga in essere azioni concrete e interventi rapidi per risolvere le troppe criticità presenti nell’intero settore».

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