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Pizzeria della legalità, Qui Lecco Libera: "Un altro anno perso"

La riflessione degli attivisti: "Perché il Comune ha affidato l'appalto senza pretendere la sostenibilità economica del progetto?"

Qui Lecco Libera torna a parlare di Wall Street, dopo il dossier presentato la scorsa primavera sulla storia della pizzeria confiscata al clan Coco Trovato, e lo fa con una lettera in cui punta il dito sul futuro del locale.

La riflessione degli attivisti arriva dopo la presentazione del progetto "pizzeria della legalità" e dei relativi tempi di realizzazione, da parte delle tre associazioni vincitrici del bando. Di seguito la lettera, che pubblichiamo integralmente:

All’insostenibilità progettuale ed economica della “nuova” Wall Street avevamo dedicato buona parte del nostro dossier, pubblicato nella primavera di quest’anno. Già all’epoca del primo clamoroso inghippo dell’assegnazione dell’ex pizzeria del clan mafioso Trovato, -il bando saltato a fine aprile per palesi illegittimità degli unici concorrenti-, avevamo ricordato (aprile 2015) come “poche e confuse idee rischiano di produrre pochi e confusi risultati”. Ci eravamo permessi di contestare l’egemonia della filiale lecchese di Libera -e la pochezza delle sue proposte-, la fretta imposta dalla Prefettura di Lecco (la “cabina di regia”) e poi a stretto giro dal Comune (le elezioni si avvicinavano, casualmente), nonché l’assoluta confusione dei numeri contenuti in un piano economico e finanziario immaginato per un altro contesto.

Basti solo ricordare la “questione arredi”: “quanto inciderà sulla spesa complessiva del progetto l’incremento dei coperti dai 50 previsti -e approvati dal Consiglio comunale- ai 164 indicati a progetto da Aler? Che tipo di valutazioni ha fatto la Giunta comunale nell’esprimere il ‘parere favorevole’ su un’ipotesi completamente diversa rispetto a quella approvata soltanto a maggio (2014) dal Consiglio comunale?”.

Oggi, a 21 anni dalla confisca, dopo ripetuti annunci di inaugurazioni e protocolli di intesa sottoscritti al grido “La prima pizza entro Expo 2015” (fa impressione scorrere le 8 paginette del Protocollo del 26 giugno 2014 dal sindaco di Lecco, dal governatore Maroni, dall’ex prefetto, dall’Aler e da Libera), i vincitori della seconda edizione del bando -ritagliato su un progetto scritto in solitaria da Libera- hanno fatto sapere di non avere “il capitale per chiedere un anticipo alla banca da restituire poi”, scommettendo un po’ alla cieca e sostenendo che “quando un progetto è buono i soldi si trovano”. L’improvvisazione è una costante di questa triste storia, che come unico risultato -ad oggi- ha soltanto contribuito a dividere il territorio, svalutare il valore civico di quel bene, perdere tempo prezioso.

Ci chiediamo come e perché, non più tardi di due anni fa, veniva raccontata alla città una storia completamente diversa. E cioè che il progetto era pronto e credibile, chiavi in mano, che i finanziamenti (regionali) c’erano ed erano da cogliere al volo, gestione inclusa grazie a improbabili ribassi d’asta, pena la perdita dell’utile pretesto dell’Expo. La fretta, veniva spiegato, dipendeva dal fatto che il treno (denari) stava passando, e guai a perderlo.

E, con la presunzione di chi non conosce la storia del bene confiscato di via Belfiore, veniva aggiunto che i progetti presentati in passato erano insostenibili, utopistici, irrealizzabili.

Con la domanda, che resta aperta, sull’opportunità di affidare un appalto senza pretendere che le risorse finanziarie necessarie alla sua gestione siano già esistenti già al momento dell’affidamento, riteniamo che i fatti di oggi inchiodino i responsabili del più recente fallimento. E dispiace che ad andarci di mezzo sia la memoria storica di questa città.
 

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