Occupazione femminile in aumento, «ma con l'inganno del "part time"»

Monteduro (Uil del Lario) commenta i dati relativi ai primi nove mesi del 2019: «Questa forma di inquadramento principale responsabile del gap salariale con gli uomini»

Il lavoro femminile in provincia aumenta, ma con forme sempre più "precarie". I dati relativi ad avviamento e cessazioni al lavoro dei primi 9 mesi del 2019, del sistema informativo Quadrante Lavoro di Regione Lombardia, per le province di Como e Lecco, evidenziano un saldo positivo in ambito femminile.

Nel suddetto periodo preso in esame, le cessazioni sono state 12.134 a fronte di 12.921 avviamenti, per un saldo positivo di 787 unità, pari al 6,1%. Nel 2018, da gennaio a settembre, l'incremento si fermò al 4,5%, però con un maggior numero di incrementi (13.108) a fronte di più cessazioni (12.524).

Il contributo maggiore al saldo positivo tra avviamenti e cessazione arriva dai contratti part time, 5.351 contro 4.999, saldo positivo del 6,6%. Cresce anche l'occupazione a tempo pieno, per la precisione del 5,7%: 7.570 avviamenti e 7.135 cessazioni.

La situazione maschile vede un saldo positivo del 7,4%, 14.960 avviamenti al lavoro e 13.600 cessazioni. La crescita rallenta rispetto ai primi nove mesi del 2018 (il saldo fu positivo per il 9,3%). Gli avviamenti part time sono 2.599, le cessazioni 2.466 (+5,1%). Ciò che è maggiormente evidente dai dati è la differenza esistente nel rapporto percentuale tra part time e tempo pieno tra gli avviamenti tra donne e uomini. Il contratto di lavoro part time gioca un peso enorme nell'occupazione femminile: il rapporto part time/tempo pieno donne è del 41,41%, mentre è del 17,69% tra gli uomini.

Lavoro, dati in chiaroscuro nel Lecchese: più contratti ma cala il "tempo pieno"

«Il part time viene spesso evocato come una delle forme di flessibilità utili per aiutare le donne a restare nel mercato del lavoro, soprattutto quando le stesse desiderano dedicarsi alla gestione e cura dei figli e più in generale della famiglia. Apparentemente un aiuto - commenta Salvatore Monteduro, segretario Generale Cst Uil del Lario - Ma il part time è una delle cause maggiori che porta al gender pay gap (differenziale salariale donna/uomo), cioè un salario medio più alto per gli uomini rispetto alle donne. Chi lavora part time di solito fa un lavoro meno qualificato di chi lavora full time (e quindi è meno pagato). Spesso, quindi, il part time non è una scelta ma un obbligo per le donne, ed è per questo che ci ritroviamo una massa di lavoratrici, formalmente occupate, ma in realtà intrappolate in lavori scarsamente qualificati, sottopagati e di poca soddisfazione e con pensioni molto basse. Pertanto, l'enorme diffusione del part time tra le donne rischia di mantenere se non addirittura aumentare le differenze economiche e sociali tra uomini e donne».

Eliminare le disuguaglianze salariali e sociali

«C'è bisogno di mettere in campo una serie di azioni per eliminare le disuguaglianze salariali e sociali che vivono le donne. Innanzitutto, è essenziale un cambiamento culturale nel quale si affermi la parità dei doveri e responsabilità tra uomini e donne nei lavori di cura e gestione della famiglia. Nelle famiglie non deve esserci un uomo orientato alla carriera e una donna che sacrifica la propria per permettere ciò. Altro elemento necessario è quello di politiche sociali ed economiche di supporto alle famiglie, come ad esempio, che esista un'offerta adeguata di posti in asilo nido rispetto alla domanda espressa dal territorio e garantire un accesso a un costo sostenibile per le famiglie. C'è bisogno di una maggiore responsabilità sociale delle aziende verso le donne, penalizzate nei premi di risultato dalla discontinuità del rapporto di lavoro per assenze necessarie ad accudire i figli o i genitori non autosufficienti. In conclusione, c'è tanto da fare per colmare le disuguaglianze di genere ed è un dovere morale ma anche un’opportunità per lo sviluppo del Paese».

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