"PINK FREUD": psicoanalisi della canzone d'autore da Bob Dylan a Van De Sfroos.

Presentazione del volume di Angelo Villa
Psicoanalisi della canzone d'autore da Bob Dylan a Van De SfroosFra parole e musica ​

Questa la recensione del libro tratta da www.sololibri.net

Il titolo è pubblicità ingannevole, è un calembour, un gioco di parole. “Pink Freud” potrebbe lasciare pensare infatti a un contenuto lieve (se non ilare), ad analisi a orecchio da orecchiante, invece è filosofia pura: teoria e prassi della canzone d’autore come si deve all’analisi con la maiuscola e alla serietà dell’argomento (non sono mai state solo canzonette). Lo ha scritto – non a caso per le rigorose edizioni Mimesis – Angelo Villa, psicanalista con la passionaccia della buona musica e della scrittura (si desume), coniugando fra loro due ambiti di ricerca (musicale e psicanalitica), lontanissimi tra loro soltanto in apparenza. Il sottotitolo recita “Psicoanalisi della canzone d’autore. Da Bob Dylan a Van De Sfroos” (fatte le dovute differenze, aggiungo io) e in questo caso si dice la sacrosanta verità: un librone fitto di pensieri e parole (affatto mogol-battistiane, vivaddio), intrecci, rimandi, citazioni – tra letteratura e scienze filosofiche -, architetture teoriche, analisi discografiche, letture autobiografiche dei grandi della specie - dal succitato Dylan a Leonard Cohen, da Lennon al “nostro" De Andrè -, interpretazioni dell’es (se non proprio dei sogni) attraverso frasi di canzoni, anni sessanta, totem generazionali, e basta, insomma, tantissime altre cose così. Cose che vale la pena leggere e rileggere prima di accostarsi a un qualsiasi Sanremo a cuor leggero, come se fosse cosa buona e giusta. Perché cantare (se sai cantare e canti cose che vale la pena cantare) è un mestiere molto serio, una straordinaria responsabilità. Teorizzando alla maniera di Villa:

“(…) la canzone mal si accorda con la solitudine, disdegna quel a tu per tu con la parola che, al contrario, la poesia ricerca. La canzone non abbandona il soggetto, non abbandona la parola. Non gli ricorda la traccia di quest’esilio, anche quando lo canta, perché si offre di lenire il dolore per il tramite della canzone stessa. come una terapia, la più spontanea, la più immediata”.
Sono quasi trecento pagine concettualmente discendenti da questo fiume-concetto carsico, idealmente tripartite: a un incipit (densissimo) dedicato proprio alla peculiarità dell’oggetto canzone - e all’immagine e al ruolo del cantautore -, segue una parte legata all’analisi di otto brani musicali, intrinseci ad altrettante tematiche e alla biografia dei rispettivi artefici (“Madame Bovary c’est moi”, ammetteva Flaubert, ricordate?) e una terza che delinea in sintesi il senso ultimo dell’excursus. A un monomaniaco del cantautorato italiano come chi scrive dispiace soltanto che Villa non abbia esteso ad altri “padri della (nostra) patria” la sua indagine affatto semiseria (malgrado il titolo). Da non perdere assolutamente.

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