L'attore Beruschi: «Spero di poter tornare al più presto nella mia amata Abbadia»

Il celebre attore del "Drive In" racconta il suo legame con il lago e come sta vivendo i giorni difficili dell'emergenza Covid: «Per il settore teatrale una crisi terribile, vanno aiutati soprattutto i giovani operatori»

L'attore Enrico Beruschi è molto legato ad Abbadia Lariana.

Oggi si torna a parlare di "Drive In" come possibilità per seguire in sicurezza eventi o cinema all'aperto, o più semplicemente per ritirare colazioni d'asporto dall'abitacolo della propria auto. Negli anni Ottanta fu la formula, o meglio il nome di uno spettacolo televisivo che vide approdare sul piccolo schermo Enrico Beruschi, il contabile di un biscottificio valtellinese arrivato alla notorietà dopo la lunga gavetta al Derby di Milano, tempio della comicità.

Come vive la pandemia nella sua abitazione, le sue riflessioni, i progetti, sono i temi toccati in questa intervista condita dal suo inseparabile umorismo. Mai volgare, sempre attento e misurato come lo è nei suoi interessi verso la musica lirica e le letture degli scritti di Giovanni Guareschi. Il creatore di don Camillo e Peppone, direttore del settimanale di satira politica Candido. Proprio alcune copie di questo storico giornale sono state donate al comico del "Drive in" da un mandellese in memoria del padre e custoditi nella biblioteca del comune di Arese dove Beruschi risiede.

Nel cuore del nostro interlocutore c'è anche Abbadia Lariana, in particolare la frazione di Borbino dove sogna di trovare casa. Dall'intervento emerge il legame del celebre comico con il lago e la sua amata Abbadia (vedi foto sotto con l'ex parroco). Tra i progetti futuri di Beruschi c'è anche quello di scrivere un nuovo libro bissando così il precedente “E alllooora?!?” uscito nel 2002.

Come stai vivendo questo periodo di "reclusione forzata" che interessa tutti? 

«Con tranquillità e serenità mi ha telefonato Silvio Pellico, e dallo Spielberg, mi dice che gioca a carte con Maroncelli e i carcerieri. Quando ha saputo che sono  incarcerato da mia moglie si è messo a piangere. Quindi lui sta molto meglio di me. Verranno comunque i tempi migliori».

Vedo che la battuta e la voglia di scherzare ti è rimasta...

«Sì sì. Stando in casa mi sono tornati alla mente i ricordi di quando con mia moglie eravamo morosi. Ci siamo conosciuti sullo stesso luogo di lavoro. Dal "piacere... piacere..." che ci siamo scambiati sono passati cinquantatre anni che siamo insieme e la vita continua ancora».

Il tuo cuore oltre che per tua moglie batte anche per Abbadia, e in particolare per la frazione di Borbino, giusto?

«Si certo, sempre, in particolare in questi tempi delicati direi. Sono due anni che lì non ho più la casa che avevo in passato. Io soffro, sto male. Adesso poi si è costituito un gruppo che posta vecchie foto del passato a risvegliare in me questo sviscerato amore. Sogno di ritrovare li una casa al più presto».

Perchè dove abiti ora ti va stretto?

«No, abito qui ad Arese con i miei spazi, un giardino, un polmone di verde. Ma, quando ripenso alla Grigna, alla Rosalba, mi torna alla mente mia mamma gelosa di questa destinazione montana, come se fosse stata una donna. Mio padre, infatti ci andava spesso, anche due o tre volte la settimana».

Veniamo al teatro, dove i sipari per questa pandemia rimangono chiusi. Cosa ne pensi?

«Penso male, naturalmente. Senza entrare nel merito del provvedimento legato a un'emergenza terribile rispetto alla quale è giusto dare la massima attenzione, posso dire che però il teatro manca, e tanto. Riguardo con rimpianto ai lavori fatti in epoca di non pandemia. Come quella sera di qualche tempo fa a Treviglio, dove in teatro c'erano Alberto e Carlotta, i figli di Giovanni Guareschi. A me affidarono le letture del padre tra cui - Fu a Natale nel 1947- interpretata da me con grande patos al punto di far commuovere alle lacrime la figlia. Da li è iniziato il mio percorso e attaccamento con questo scrittore nato nel 1908 nella bassa Parmense e morto a Cervia nel 1968 e la consacrazione ad esserne il suo diffusore».

Abbiamo saputo che ti è stata affidata una pagina sul nuovo Candido, cosa ci puoi dire in merito? 

«Sono contento di questo coinvolgimento grazie anche ad Egidio Bandini (giornalista e cultore di Guareschi, ndr) Mi hanno affidato l'articolo di ultima pagina in cui esterno le osservazioni di una persona qualunque. Contento anche perché dal Candido, quello storico diretto da Giovannino Guareschi, ho imparato a leggere e interpretarne i contenuti».

Torniamo alla crisi del teatro e del mondo dello spettacolo a causa della pandemia. Tu ed altri operatori del settore vi trovate in difficoltà?

«Certamente. Parlavo l'altro giorno con un collega di 25 anni più giovane di me. Un po' il mio figliocco artistico, e mi diceva che io sono fortunato essendo in pensione. Lui e altri mi telefonano disperati per questa assenza di lavoro. Coloro che fanno questo mestiere in questi momenti sono alla disperazione. Il problema del pane per me non c'è. Al massimo per il prosciutto, il companatico».

Se questa emergenza non dovesse finire a breve, come si potrebbe arrivare al pubblico?

«È proprio dura. Lo spettacolo necessita della gente, del pubblico, specie per il teatro. In televisione è un altra cosa, con il cabaret noi facciamo dei monologhi. Meditavo anche sullo stare sul palco con la mascherina, stando lontani, non lo so. A meno che si indossi una maschera come nel teatro greco. L'altro giorno mi sono messo una maschera di legno su sollecitazione di un interlocutore che avevo davanti al computer, che mi invitava ad indossare la mascherina chirurgica oggi in voga. In sostituzione ho indossato una maschera tribale souvenir di un viaggio in Kenya nel 1982. E mi sono detto chissà mai che il Covid con questa si spaventi  e se ne vada via per sempre».

Enrico vogliamo dare un messaggio di speranza a chi ci legge?

«Sperare in un futuro che comunque ci sarà, credo migliore di quello in cui stiamo vivendo ora. Mi sono riletto anche i Promessi Sposi, la peste nera, per riportarmi a quel periodo e fare dei raffronti con noi. È brutto il nome con cui lo hanno voluto chiamare: Covid 19, ci sta sconvolgendo. Viviamo tranquilli in casa maggiormente possibile».

Pensi che una volta finita l'emergenza la gente tornerà ad aver voglia di ridere e divertirsi?

«Certo. Tolto il fatto che l'umorismo in televisione è poco. L'ironia poca, la satira assolutamente niente. Ma la gente ha voglia di risate. Se guardi sui social, tutti si improvvisano spiritosi e qualcuno fa anche sorridere. Da parte mia sto pensando a scrivere un nuovo libro».

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(Si ringrazia Alberto Bottani per la collaborazione)

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