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Stefano Spazzi e Gene Guglielmi.

Stefano Spazzi e Gene Guglielmi.

«Un po' Beat e un po' Mod», Guglielmi guida alla scoperta del libro di Spazzi

Il docente e artista lecchese presenta il volume dell'amico dedicato alla musica e non solo: «Esperienze che hanno segnato cultura e costumi»

Anche a distanza e nel rispetto delle restrizioni anticovid, continua l'impegno del cantante e artista lecchese Gene Guglielmi per promuovere musica e cultura. Il docente residente a Calolziocorte ha infatti messo nero su bianco un saggio introduttivo al libro scritto dall'amico e avvocato Stefano Spazzi con il quale Gene collabora da tempo all'organizzazione dell'Ancona Beat Festival, apprezzato evento del settore ora in stand by in attesa di vincere definitivamente la pandemia.

Un video ufficiale per l'Ancona Beat Festival, l'anima è lecchese

Il volume si intitola "Arcipelago Mod: il Mod revival in Italia 1979-1985" e rappresenta un'interessante occasione per ripercorrere il fascino delle controculture giovanili degli Anni '80 nel nostro Paese, riprendendo le esperienze del Mod (abbreviativo di Modernism) termine coniato inizialmente per definire i fan del modern jazz e poi riferito alla subcultura giovanile che si sviluppò a Londra negli Anni '60. Il loro logo identificativo era il simbolo della Royal Air Force. Gli elementi significativi di quell'esperienza spaziavano da un look innovativo alla musica afrostatunitense, dal beat ad alcuni veicoli caratteristici dell'epoca come la Vespa e la Lambretta.

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"Un po' Beat e un po' Mood" è il titolo della prefazione firmata da Eugenio Gene Guglielmi, di cui vi proponiamo alcuni dei passaggi più significativi. Un vero e proprio tuffo alla riscoperta di due culture musicali che, come altre, hanno lasciato il segno.

Esiste un rapporto tra il Beat e il movimento Mod? Esiste una linea ideologica e culturale che li unisce? Partiamo dal fatto che proprio dal groviglio del movimento Beat internazionale nascono tutte le altre declinazioni, a partire dalla metà degli anni Cinquanta fino alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso.

Il fatto che il Beat  sia stato conosciuto come matrice UK, nonostante come sappiamo abbia prime radici USA è perché in England divenne movimento commerciale. Fu l’industria musicale, discografica e della moda a renderlo infatti fenomeno di costume. Molti accorti sudditi  di Sua Maestà capirono la formidabile potenzialità del mondo giovane in movimento, creando un indotto economico di tutto rispetto, ancora oggi percepibile.

Le croci rosse su bianco e il blu dell’Union Flag, Jack per gli anglofoni meno raffinati, o il “target” della Royal Air Force, si sostituirono prepotentemente alle stelle e strisce, diventando  veri e propri marchi di fabbrica nel mondo. La diffusione della musica inglese in quel periodo ? un po’ come quello che avvenne per la  nostra scuola musicale napoletana tra il seicento e il settecento in Europa.

Nonostante il nostro argomento, non mi addentrerei nemmeno più di tanto nell’ormai scontato rapporto tra Rockers e Mods. Tutti noi siamo stati forse  più partigiani dei primi. La giacchetta di pelle nera, le spille metalliche (ne ho ancora una bella collezione), gli stivaletti con il tacco di sbieco verso l’interno, meglio se consunto, (i nostri avevano il tacco più perpendicolare) la trascuratezza della persona etc. etc. etc…..Ooooh le ritmate  note di Gene Vincent del Be- Bop- A-Lula! ooooh il Rockabilly di Eddi Cochran ! il tutto impastato con i nostri ammirati poeti maledetti della letteratura Beat americana della prima ora. Nessuno si scandalizzi per questi repentini accostamenti. Era così e basta. Ci si atteggiava a Rockers dondolandosi in bilico sui tacchi e si recitavano le contorte  litanie di Burroughs, nostro vero padre spirituale o “l’anarchia e l’estasi” di Allen Ginsberg, intanto per citare una brillante definizione di Vito Amoruso. Di Elvis, anche lui annoverato tra gli amati dei Rockers non ne parlo nemmeno, era già diventato una statua di cera ben confezionata per il Museo di Madame Tussauds…..

Da noi arrivavano gli echi , ma anche questi sempre in ritardo. L’Italia era sostanzialmente  quella di Mina, di Gianni Morandi, ma anche di Claudio Villa e Orietta Berti, ottimi professionisti sicuramente. I loro 45 giri li potevi trovare anche nei negozi di radiofonia o di elettronica, insieme a qualche titubante copia dei debuttanti Nomadi ed Equipe 84. La cultura americana era quella del cinema e della musica vocale di un  Frank Sinatra, poi di Pat Boone, Neil Sedaka, Gene Pitney. All’inizio degli anni Sessanta eravamo per lo più ancora  a fare i conti  con una guerra persa disastrosamente e da accenni di rinascita, poi pomposamente etichettata come “boom economico”.

Ma  ormai la frontiera generazionale era stata superata e con i Mods prima o più  dovevamo fare i conti anche noi. Loro, all’apparenza più intellettuali, esteti, più all’avanguardia, aiutati anche dal libero accesso alle anfetamine. Si dice  amassero  il “Modern Jazz” stridente che infarcivano con il Rock britannico, senza disdegnare The Beatles, The Yardbird, The Who e The Kinks. Poi c’erano delle curiose sovrapposizioni, come nel caso degli Stones che potevano sembrare spartiacque tra  Rockers e Mods,  con Brian Jones che per noi invece più beat di così non poteva essere: beat, beat  e solo beat, anzi dandy beat. Stessa cosa “an hobby horse” per i loro antagonisti The Pretty Things, londinesi, che si sentivano invece più  Mod,  cesellando nel 1964 “Don’t bring me down”, una specie di inno del movimento.

Ma allora eravamo anche noi un poco Mods? Certo che si per la nostra musica che aveva  soppiantato la radice anni ’50, ancora profusa di America e di padelloni in vinile dalle copertine sgargianti plastificate.

Ci allontaneremo invece dai Mods, quando iniziò il loro meticciato afrostatunitense, come quello del soul e dello ska. Ma  eravamo oramai alle soglie degli anni ’70. Questo della loro contaminazione etnica è a tutt’oggi  una strana vicenda, considerato che i Mods apparivano ai più di destra, meglio fascisti. Chi non ricorda la trasformazione che questo movimento ebbe in Italia con epicentro Milano?

Quando passavo in San Babila, ancora figlio convinto del Beat  per recarmi alle Messaggerie Musicali che al tempo mi distribuivano, mi imbattevo in gruppetti di ragazzi ben vestiti, con i capelli in ordine, seduti di 3/4 sui loro scooter Piaggio. Insieme sempre delle ragazzine in piedi a chiacchierare, oppure anche loro sedute pudicamente di traverso sulla sella, con le gambe accavallate. Molte di loro portavano calzettini bianchi alle caviglie, calzando mocassini neri, tutto di marca. (...)

Questi erano i Mods nostrani, quelli che diedero poi il via alla appena successiva generazione  dei Paninari, chiamati così perché si radunavano sempre in piazza San Babila frequentando il Bar “Al panino”, nutrendosi ai primi Fast Food e alle prime paninoteche sotto i portici, riempiendosi di brufoli, ben addobbati con scarponcini Timberland  becco giallo d’anatra, Levi’s e giubbotti Ciesse o Moncler.

Eravamo ormai nel decennio successivo e quelli che in England erano stati  gli scontri di noia tra Rockers e Mods, da noi  divennero invece  ideologici tra Modpaninari e centri sociali, i cosiddetti “antifascisti”, molti dei quali provenivano dalle fila del nostro nostalgico “ Mondo Beat” ormai dissolto in mille rivoli.

Devo dire però che era bello passare nella Milano di quel tempo. Era allora la Londra d’Italia. Fiorucci catalizzava la cultura underground. Lo andavo spesso a trovare nel suo coloratissimo negozio ricco di tonalità pastello. Mi parlava e mi apprezzava, anzi mi voleva bene. Lo avevano  forse colpito  la mia stravaganza non ricercata e le mie  camice a fiori su sfondo nero o su sfondo verde,  da sembrare  un allampanato fiorito giardino  ambulante. Diceva che ero un simbolo e che vestivo come lui avrebbe voluto fosse la moda. Mi commissionò perfino di comporre una song per farla girare  in filodiffusione nei suoi stores, cosa che stupidamente non seppi cogliere come occasione. Elio Fiorucci  amava il Beat, la cultura Pop in generale, meno le generiche contrapposizioni tra Rockers e Mods non contemplati nei movimenti di massa.  

Ma dicevo, era bello passare tra i gruppetti Mods milanesi che dalle ore 17 in poi segnavano, come i branchi di animali segnano il loro territorio, piazza San Babila. (...) L’altra meta era Piazzetta Pattari e dintorni. Ci si salutava con Ricky Maiocchi, più beat di sempre, si  vedeva passare una slavata Romina Power tutta vestita di bianco, compresi i calzettoni, forse alla ricerca del suo Al. Perfino  una  irriconoscibile Loretta Goggi potevi incontrare,  con Livio dei Camaleonti invece  si ammiccava per poi ritrovarci  tutti all’Osteria “ da Strippoli”dei suoi compaesani pugliesi in zona  “Verzee” resa celebre  in dialetto poetico da Carlo Porta con la sua “ Ninetta”.

Ma la nostra vita era la musica, ben lontani da quello  che il sociologo inglese Stanley Cohen  aveva  indicato negli anni Settanta, per descrivere le esagerazioni che secondo lui la stampa imputava agli scontri tra Rockers e Mods, di fatto pericolosamente veri solo quelli del maggio 1964 tra Broadstairs e Brighton. (...)

Per gli studiosi del comportamento sociale, quelli seri si intende, le vicende dei Mods e dei Rockers vengono catalogate come subcultura, forse come riferimento agli scenari suburbani dove si svolgevano.

Di fatto oggi tenderei ad inserire questo quadro critico all’interno dei movimenti culturali non necessariamente di massa che come tante tessere di un grande mosaico, hanno caratterizzato la cultura della seconda metà del Novecento, almeno fino ai suoi anni Settanta, convergendo poi su movimenti emergenti come gli Hippy e gli Skinhead.

L’affresco di riferimento rimane e rimarrà  comunque, come ormai ampiamente riconosciuto il nostro Beat. Solo in lui troviamo infatti le declinazioni più colte che produssero vere e proprie forme creative all’interno della “Pop culture”. Nato come movimento letterario e poetico, divenne musicale, di protesta, originò la Pop Art, influenzò il design, la moda e la società dei consumi, divenne pensiero non violento. (...)

Ma la chiave di lettura di questo straordinario periodo stava ad ogni modo nello scontro generazionale che vedeva i benpensanti tentare di mettere in crisi le scelte libertarie inconcepibili per l’establishment. (...) Perciò beat inteso non solo come  “battito” ritmico, ma anche come potenziale contenitore di una rabbia che forse tutti noi, la nostra generazione,  aveva dentro e che aspettavamo solo il giusto  momento  per tirare fuori.

Sotto sotto sono ancora gli elementi tragici dell’esistenza che messi in scena vengono sublimati per essere tradotti in linguaggio artistico. È l’eterna contrapposizione nicciana tra apollineo e dionisiaco. Senza la capacità di vivere fino in fondo il dramma della vita, l’arte non nasce né si sviluppa. Qualsiasi sia la sua forma e dimensione.

Gene Guglielmi

Dal Lario all'Adriatico, la "Marta" di Gene vola e regala emozioni

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