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«Sofferenza e stupore: così abbiamo domato la Marathon des Sables»

Il racconto dei lecchesi Matteo Amigoni e Alessio Stefanoni, al traguardo della terrificante ultratrail di 238 chilometri nel Sahara.

Più forti delle dune del deserto, dell'escursione termica infernale (47° diurni e 6° notturni), della difficoltà di dover trasportare il cibo nello zaino e prepararlo una volta montata la tenda. E dopo aver corso fino a dieci ore al giorno.

Per portare a termine la terribile "Marathon des sables", 238 km attraverso il Sahara, bisogna essere più forti di tutte queste avversità. I lecchesi Matteo Amigoni e Alessio Stefanoni, tra i quaranta italiani al via dell'edizione 2017, ce l'hanno fatta, concludendo l'ultratrail più celebre al mondo rispettivamente 355° in 39 h 53' e 594° in 45 h 47'.

Una sfida infinita, in primis contro i propri limiti, ma allo stesso tempo un'esperienza indimenticabile, da stampare nella memoria. «Mi sono innamorato di questa gara quando l'ho scoperta - racconta Matteo Amigoni - Qualche mese fa corsi la Polar Circus Marathon in Groenlandia: fu allora che mi appoggiai ad Alessio Stefanoni, un amico fisioterapista, per alcuni acciacchi. Gli proposi di partecipare alla Marathon des Sables e lui, con mia grande sorpresa, accettò subito».

Stefanoni, che ben conosce i rischi legati alla salute in questo tipo di ultratrail, ha rifinito la preparazione in Nepal. «Volevo allenarmi in quota - spiega - ma una volta rientrato con Matteo abbiamo fatto granfondo, uscite di 30-40 chilometri, per abituarci al cambio di pendenza e al cambio di passo. Non ci si crederebbe, eppure nel deserto ci sono molte montagne da affrontare. Le difficoltà maggiori? La principale è la sabbia: nella tappa di 86 km c'erano più di 70 chilometri di dune, una cosa che qui in Italia è impossibile trovare, nemmeno al mare. Avevamo un orologio che dopo quindici ore si è scaricato; è stato necessario fermarci, ricaricarlo e poi ripartire. La sabbia porta inevitabilmenrte problemi alle gambe. Quando arrivavamo al campo, intorno alle 14, dovevamo combattere con il caldo, restando in tenda e aspettando il tardo pomeriggio per sgranchirci, cercare la legna e accendere il fuoco: una lotta continua».

Quando si partecipa a questo tipo di corsa, il risultato finale non conta. La vittoria è arrivare al traguardo, concludere la "missione". «Cercavamo fatica - prosegue Matteo Amigoni - perché chi fa questi trail ha un non so che di sadico, e l'abbiamo trovata: resterà un ricordo stupendo, paesaggi e persone con storie fantastiche. Si scopre un lato di sé sconosciuto, si spingono i propri limiti un po' più in là di ciò che si pensava».

VIDEO: "pregi e difetti" di Amigoni e Stefanoni

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