La penna è meno faticosa della corsa, ma che soddisfazione la (seconda) ResegUp!

Milleduecento atleti al via, poco meno di mille coloro che hanno potuto godersi la bolgia di piazza Cermenati: tra pioggia e gambe che non "girano", il racconto di un cronista prestato allo skyrunning

Posso dirlo? Vedere il Resegone avvolto dalle nuvole mi aveva dato un nonsochè di rassicurante: con poca "birra" nelle gambe, sperare in un po' di aria fresca nell'ascesa verso il Rifugio Azzoni mi avrebbe dato delle chance in più, conscio che, come dazio non di poco conto, i passaggi in discesa dalla "Sponda" in giù sarebbero stati un esercizio di equilibrio in condizioni a dir poco precarie. Se alla "prima" del 2017 ci ero arrivato con una preparazione degna dei ventiquattro chilometri per milleottocento metri di dislivello positivo della ResegUp e la convinzione di poter "far bene" era giustificata, altrettanto lo era quella di essere destinato a un pomeriggio di patimenti per l'edizione 2018. Parola d'ordine: gestione, da zero a cento, o, meglio, ventiquattro.

La partenza da piazza Garibaldi, circondati da migliaia di persone, è una fregatura: ti fa dimenticare ciò che ti aspetta, nonostante l'etichetta del debuttante sia andata già in archivio insieme al primo pettorale. In ogni caso, passare da via Cavour sfrecciando tra cellulari, telecamere, volti amici e sconosciuti è sintomo di come la ResegUp sia andata oltre i confini dell'evento sportivo: un concentrato di ammirazione, conoscenza dei partecipanti e, perchè no, moda porta un numero difficilmente quantificabile di persone a lasciare i tavolini dei bar e le panchine del lungolago per riversarsi nel "cantun di ball". Lecco, in sostanza, si ferma per qualche minuto prima di tornare alla sua attività per due ore e spiccioli. Perchè, si sa, all'arrivo c'è sempre qualche amico da applaudire con ancor più ammirazione.

Torniamo a noi: dopo aver realizzato le interviste pregara con Fausto, nella griglia "lilla", in cui vengo inserito in base al tempo del 2017, mi ritrovo fianco a fianco con Pera, Trinki e Dani, cui si aggiunge Bosco, tornato in gara dopo un anno sabbatico: che corra indossando la maglia della Calcio Lecco 1912 mi permette di rivolgergli un sincero «Per me hai già vinto». Il primo amore non si scorda mai, soprattutto se il legame è ancora saldo. Le strette di mano, le pacche sulle spalle, i «Ci siamo!», la presentazione e il "via": dal centro città sino a Olate è una festa, la fatica non si sente e il torpedone si perde in entrambe le direzioni senza soluzione di continuità; siamo lì, tutti mille e duecento, sorridendo a parenti (ciao papà!), amici e sconosciuti. Il primo spauracchio, la lunga scalinata che conduce verso Malnago, ci riporta alla realtà: "benvenuti all'inferno", anche perchè la prima pioggia rende scivoloso il fondo e instabile il passo. Il volto amico di mamma Antonella riesce a strapparmi un sorriso, ma è un palliativo il cui effetto sparisce presto.

Al primo "GPM" Cine ha messo in piedi qualcosa di spettacolare: cinquecento persone, dal ristoro sino al Bersaglio, fanno un tifo pazzesco; si, degno dello Zoncolan, come lui sognava. Primo "check": le gambe "girano" ancora, era tutt'altro che scontato; la pioggia aumenta d'intensità: intorno a me si leva un coro di lamento, ma il mio pensiero non si discosta dal «Sempre meglio dei trenta gradi all'ombra». Cosa che, visto il pensiero generale, confido solo a Dani, meno contento del sottoscritto della variante. La salita verso il Rifugio Stoppani, tratto in cui trovo anche il tempo per scherzare con Cava, prosegue senza particolari intoppi: trovo Valter, il nostro fotografo, al bivio con il sentiero che conduce a Campo de' Boj: con lui scambio due battute prima di riprendere l'ascesa. Fino al ristoro è tutto (incredibilmente) "ok": lo dicono le gambe, lo dice il cronometro, ma, dopo le urla nelle orecchie degli amici di Castello, una scivolata nel fango, appena ripartito, mi rimette al mondo e mi fa capire che il limite della brillantezza è prossimo al palesarsi. Lo raggiungo alla Bedoletta, quando dispenso due consigli a dei "primini" e poi, una volta superato il Canale Comera, mi fermo perchè il quadricipite sinistro inizia a cedere: «Mancano tre chilometri e cinquecento metri di dislivello, forse è il caso di tornare indietro», penso prima di ricordarmi che alla mattina mi ero sbilanciato ("ci vediamo in piazza") rispondendo a un messaggio su WhatsApp. Quello, per me, era una sorta di patto di sangue. Decido di soffrire, certo che ne varrà la pena.

Dalla Bedoletta a Pian Serrada è dura, da Pian Serrada in poi è una sofferenza unica, perchè le avvisaglie diventano crampi veri e l'angelo (travestimento quantomai adeguato), con bustine di zucchero, che incrocio su una roccetta ben s'inserisce nel panorama in cui stiamo camminando, immerso nelle nuvole, e nelle sensazioni che sto vivendo. Penso di avergli chiesto le ali in prestito, il che la dice lunga sulle risposte del corpo allo sforzo. Arrivare all'Azzoni, da lì a dieci minuti, è un'esperienza dolorosa, mitigata dalle motivazioni di Kaste, che urla per dieci minuti di fila pur avendo la voce in cantina e s'improvvisa massaggiatore personale, e i ragazzi di Germanedo riescono a darmi. Un "bacio" al terzo gradino (meglio attaccarsi alla scaramanzia), una spinta in avanti, fisica e psicologica, di amici e conoscenti che non restituisce mobilità ai quadricipiti, ma scuote l'animo e consente di guardare con altri occhi all'infinita discesa che porta là, dove tutti noi vogliamo arrivare. Per dire: quando arrivo io in vetta, Simukeka ha tagliato il traguardo da parecchio tempo e da lì è passato da una vita, ma a chi si è fermato ai 1875mslm di questo frega veramente poco. "This is ResegUp, baby".

Cosa significhino i tredici chilometri di discesa lo sa bene chiunque vi ci sia cimentato: personalmente sono dolori muscolari da sminuire, ma spesso accentuati da quella maledetta traccia che è il sentiero che porta al Passo del Giuff. Dalle Forbesette sino all'incrocio con il sentiero "7", una lotta che superiamo tutti, portandoci dietro un ulteriore carico di fatica e una (piccola) certezza: il peggio è passato. Ascoltare le storie di chi ha voglia e forza di parlare aiuta: faccio un bel tratto con chi è "In gara per Sara", come scritto sulla loro maglia, e non ha nemmeno la lontana idea di lasciarsi andare. In questo tratto ritrovo Pera, persona di cui si può solo ammirare la testardaggine con cui si ributta ogni anno in questa sfida: prima o poi arriverai al tuo obiettivo, ti sbatti troppo per far si che questo non accada. Lo saluto, provo a fargli forza e vado oltre, poichè una sosta sarebbe deleteria e un pensiero fisso mi tiene in gara: devo arrivare in centro.

Proseguo con un discreto passo fino ai Piani d'Erna, al "Milani", dove il ristoro si è trasformato in una festa, poi si presenta il conto delle mie speranze: la pioggia ha trasformato la sponda in uno scivolo di fango, in cui tutti, nessuno escluso, perdiamo l'equilibrio nei primi cento metri. Chi si adatta prima, e per fortuna rientro tra questi, riesce ad arrivare in fondo senza rischiare di precludersi la possibilità di essere un "finisher". Ripreso il sentiero "uno", la strada è tracciata: passiamo il Fontanino del Kopp, la Stoppani, calpestiamo altro fango di cui, beata incoscienza, m'infischio, allungo il passo e lascio andare le gambe in Costa, Deviscio, al Bersaglio, poi reincrocio Cine che urla il mio nome e aspetterà tutti i concorrenti, faccio un breve pit-stop all'ultimo ristoro e mi lancio in discesa verso la scalitata. Da lì si vede l'arrivo: tutti ci dobbiamo aver buttato l'occhio e dobbiamo aver pensato che fosse veramente troppo lontano.

L'asfalto, lo sa ogni runner, presenta il suo conto dopo diciotto chilometri di sterrato: il "morbido" mette alcuni dolori sotto il tappeto, il "duro" lo rialza e fa uscire quanto abbiamo nascosto alla nostra testa. In ogni caso, mancano tre chilometri da lì al traguardo, tardi per avere dei ripensamenti: le gambe vanno per inerzia, la birra al Bar Vitali quest'anno non c'è e ogni piccola risalita è sfibrante. Ti rendi conto che "manca poco!" solo quando corso Matteotti termina e la svolta verso destra immette in via Resinelli: un'ultima, brevissima, pausa, la discesa di via San Nicolò, lo sguardo verso destra e sinistra per cercare il motivo che ci ha permesso di tener botta fin lì, verso la scalinata di piazza Cermenati: mano a Sofia, che da un anno aspettava questo momento, il bacio a Sara commossa sulla destra, il pubblico che acclama tutti i finisher, gli amici "press zone" e gli affetti più cari al traguardo, papà Marino dietro la macchina fotografica cui destino un altro abbraccio sentito. Ci teneva tanto e quanto me a questa ResegUp, e con me aveva ripensato al percorso venerdì sera, facendo trasparire una certa preoccupazione. La stessa, per intenderci, su cui avevo volontariamente bluffato per settimane intere.

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Cosa rappresenta questa skyrace? Per cinque minuti riesco a non sentire i dolori alle gambe: l'adrenalina, l'affetto e la commozione di chi ci ha aspettato fanno miracoli. Andiamo oltre i nostri limiti fisici perchè ci sentiamo in dovere di regalare sentimenti positivi anche a chi ci ha sopportato e supportato per mesi, ascoltando i nostri dubbi e le nostre incertezze. Metterci in gioco, lasciando, come nel mio caso, penna e macchina fotografica in mano è un modo di dire "grazie, questa soddisfazione è tutta nostra". Lo facessimo solo per irrobustire il nostro ego, lasceremmo perdere dopo la prima volta. Siamo così motivati perchè, da lecchesi, non potremmo essere così disposti al sacrificio in un altro contesto. Con testa e cuore, anche quando le gambe dicono di "no". Vi voglio bene.

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