Morbegno Bassa Valle

Giulia, una valtellinese sull'isola di Lesbo

La vita nel campo profughi di Moria, l'incontro con i migranti e i giochi con i più piccoli

Giulia, 23 anni di Regoledo, sull'isola di Lesbo - Grecia

Giulia ha 23 anni, è nata e cresciuta in Bassa Valtellina e, conclusi gli studi universitari, ha deciso di partire. La meta del suo viaggio: il Kosovo.
«Mi ha sempre interessato tutto ciò che riguarda l'interculturalità, la solidarietà e l'incontro con gli altri nelle sue forme più varie - così, zaino in spalla: l'avventura ha inizio.

La prima tappa: il Kosovo.
«La dinamica migratoria mi ha sempre appassionato e così ho preso parte ad un progetto in Kosovo, all'interno del Servizio Volontario Europeo.
I primi mesi vissuti a Rahovec mi hanno spesso portato a pensare alla "rotta balcanica", la via percorsa da rifugiati e migranti provenienti, soprattutto, dal Medio Oriente e che, dalla Grecia, si snoda verso il cuore dell'Europa, lungo la Macedonia, la Serbia, la Slovenia e la Croazia.
Così, attraverso la Ong con cui sto collaborando, Ipsia, mi è stata proposta un'esperienza alternativa: partecipare, in qualità di volontaria, al progetto #volontarincampo di Save the Children e trascorrere quindi un mese sull'isola di Lesbo a supporto dell'organizzazione.
Passare del tempo sull'isoletta greca, non lontana dalle sponde turche, che per molti rappresenta il primissimo approdo in Europa mi è sembrato sin da subito un ottimo modo per conoscere più da vicino la realtà di profughi e migranti. Così, dopo un periodo di formazione a Roma, a metà dicembre sono arrivata a Lesbo».

L'isola greca Giulia la descrive come «molto bella: scorci mozzafiato sul mare, natura incontaminata, colline di ulivi e magici tramonti». Una beltà che, però, mal si concilia con la crisi che ormai da mesi l'isoletta si trova ad affrontare: il flusso di migranti dalle coste turche è continuo e sono ormai migliaia i morti in mare. Qui, nell'ottobre 2015, è morto il piccolo Aylan al-Kurdi, una delle vittime più tristemente celebri di questa emergenza senza fine.

L'arrivo a Lesbo.
«Sebbene i vari momenti di formazione mi avessero ben preparato ad affrontare la quotidianità del campo profughi, la prima impressione è stata molto forte: tanta gente, tanta confusione, tanta immondizia, tende ed accampamenti di fortuna nonostante la stagione fredda e le basse temperature invernali».

Nel campo profughi di Moria: l'incontro con profughi e migranti. Ecco chi sono.
«La provenienza delle persone che arrivano a Lesbo è mista ma, soprattutto, sto incontrando famiglie siriane e afgane, iraniane e irachene; persone che scappano da guerre e violenza o, in alcuni casi, da miseria e povertà, alla ricerca di nuove e migliori prospettive di vita.
In generale, quello che ogni volta mi stupisce è quanto le persone che sto incontrando siano simili a me e alle persone che mi stanno intorno: ragazze che stavano completando i loro studi universitari, famiglie con bambini e nonni unite da un bellissimo legame familiare, giovani con sogni e speranze.
L'unica cosa che ci differenzia è il contesto in cui siamo cresciuti. La quotidianità da cui queste persone stanno scappando è fatta di sofferenze e dolore, guerra e povertà, regimi autoritari e violenza.
Essere qui a Lesbo e vivere da vicino storie che spesso i media non raccontano in modo completo mi sta aiutando ad avere una visione più completa e consapevole del fenomeno».

Le attività di Save the Children e di Giulia. 
«Trascorro le mie giornate a Moria, il campo di prima accoglienza dove rifugiati e migranti hanno l'obbligo di registrarsi, prima di proseguire il viaggio intrapreso verso l'Europa.
Save the Children si occupa, in particolare, della gestione di uno spazio a misura di bambino, in cui i più piccoli possono trascorrere il loro tempo nella tranquillità di un luogo protetto e a loro dedicato, colorato e spensierato, punto di riferimento anche per le loro famiglie. Le attività che proponiamo ai bambini sono varie: i più piccolini giocano soprattutto con le costruzioni e i puzzle, per i più grandi organizziamo molti giochi di squadra.
Un'altra attività che Save the Children gestisce all'interno del campo e che mi coinvolge in prima persona è quella della distribuzione dei pasti e delle giacche per i bimbi.
Un momento che apprezzo molto perchè rappresenta una profonda forma di incontro con le persone. È bello scambiare qualche parola per conoscere la loro storia, condividere qualche pensiero sul Paese da cui provengono e sul loro sogno di una nuova vita in Europa».

La vita nel campo profughi: sorrisi, speranze e momenti di sconforto.
«Ogni persona che incontro è una storia che vorrei che il mondo conoscesse perchè può essere una lezione di vita, umiltà e dignità. L'incontro con i migranti mi ha aiutato a ridimensionare i miei problemi e a reimpostare le mie priorità, mi ha trasmesso una forza nuova e piena, che poche altre volte nella vita ho provato.
I bambini, poi, donano una carica ancora più immediata e pura: i loro sorrisi, il loro entusiasmo spesso spiazzante, sono un segno di speranza che mi aiuta quotidianamente ad affrontare la complessità di un contesto come quello del campo profughi.
Allo stesso tempo, non mancano i momenti di sconforto e di nodi alla gola. Durante le notti di cattivo tempo, ad esempio, non posso che pensare alle difficoltà delle persone che non sono riuscite a trovare riparo negli shelters e che stanno riposando in tende e rifugi di fortuna».

Un episodio particolare: lo sbarco.
«Una domenica, trovandomi nella parte nord dell'isola, mi è capitato di assistere allo sbarco di un gommone. È stato un momento emotivamente molto intenso. Mi sono sentita impotente davanti all'intensità della scena, davanti al coraggio di queste persone, davanti, ancora una volta, alla forza che li accompagna in questo viaggio. Mi sono sentita impotente davanti ad un sistema ingiusto che non riesce a garantire modalità di viaggio più sicure. Ma nonostante l'intensità delle emozioni provate, ritengo che sia stato importante sperimentare questo sentimento di impotenza».

Una riflessione, in conclusione, per i lettori.
«Quello che vorrei dire a chi leggerà della mia esperienza è piuttosto banale ma, nella sua semplicità, determinante: ricordiamoci che quando parliamo del fenomeno migratorio, di rifugiati e di profughi, parliamo di persone, di storie, di vissuti, di speranze e di nuovi inizi: di umanità».

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