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Esercizi pubblici, calo dei consumi e costi in aumento: il punto

Il presidente Fipe Confcommercio Lecco, Marco Caterisano, analizza la situazione

Il mondo dei pubblici esercizi, e in particolare dei bar, ha vissuto negli ultimi anni stagioni complicate. La crisi economica generalizzata, con il calo dei consumi da un lato e l’aumento dei costi di gestione e del carico fiscale dall’altro, ha messo a dura prova la resistenza dei proprietari e dei gestori dei locali anche a Lecco. Ma nonostante questo quadro la realtà lecchese ha saputo difendersi, come conferma il presidente della Fipe Confcommercio Lecco, Marco Caterisano.

Qual è il giudizio su questo ultimo periodo?
“Sono stati anni duri, questo è innegabile. Ma la voglia di fare impresa non è certo diminuita e i dati locali, ma anche nazionali, lo confermano: bar e ristoranti continuano a riscuotere interesse in chi vuole avviare un’attività, soprattutto tra i giovani. E questo nonostante ci si trovi sempre più spesso a fare i conti con diversi ostacoli”. 

Qual è il tratto distintivo di questi anni?
“Credo che i bar locali abbiano dimostrato grande senso di responsabilità. Basti pensare al fatto che, in un momento di crisi, con aumenti dell’Iva e dei prezzi di gestione dei locali, non ci sono state forzature sui prezzi. Anzi, i baristi anche a Lecco si sono fatti carico dei maggiori costi complessivi, riducendo sempre più la marginalità e quindi i propri guadagni”.

Nel prossimo futuro che cosa bisogna aspettarsi?
“Non nascondo che da parte di alcuni operatori si sta valutando la possibilità di andare ad aumentare alcuni prezzi, ad esempio quello del caffè. A Lecco il prezzo è fermo da 7-8 anni con una media di 1 euro, a parte qualche promozione e qualche caso di valori più bassi. Mentre in molte zone d’Italia il prezzo è in media di 1,10-1,20 euro. Ecco perché è possibile che ci sia un piccolo incremento nei prossimi mesi”.

Una operazione inevitabile?
“Lo ribadisco: i costi di gestione sono cresciuti in modo costante, così come le tasse soprattutto locali e le spese complessive. I consumi sono ridotti e non si vedono grandi prospettive di ripresa, tant’è che anche l’inflazione è ferma al palo. Andare a ritoccare i prezzi, dopo averli tenuti fermi per anni, appare quasi inevitabile”.

Parlando di senso di responsabilità va anche detto che, nonostante la crisi, l’occupazione nel settore non è calata…
“E’ assolutamente così. I pubblici esercizi hanno continuato a dare lavoro a molti ragazzi salvaguardando nel complesso i livelli occupazionali esistenti. Anche questo è un dato da evidenziare: i maggiori costi sostenuti dal gestore non sono stati certo scaricati diminuendo la forza lavoro! L’occupazione è rimasta stabile e anzi è cresciuta soprattutto negli ambiti più legati al turismo”.

Oltre al capitolo costi e ai problemi legati alla burocrazia, avete sempre puntato l’indice contro le liberalizzazioni…
“Senza girarci intorno, la liberalizzazione non ha fatto bene al nostro settore: le aperture indiscriminate hanno creato situazioni poco gestibili. Ecco perché come Fipe a livello regionale ci siamo mossi per proporre una regolamentazione per i centri storici, prendendo spunto anche da esperienze di altre realtà come ad esempio Verona. Al tavolo regionale, la Fipe ha portato le sue istanze e ha avuto modo di confrontarsi con l’assessore al Commercio, Mauro Parolini. Siamo fiduciosi che qualche risultato si possa ottenere”.

Una delle vostre battaglie come categoria è quella contro ogni forma di abusivismo e concorrenza sleale.

“Il concetto di fondo che noi sottolineiamo in tutte le sedi, nazionali, regionali o territoriali, è che bisogna evitare di promuovere, anche indirettamente, la concorrenza sleale e l’abusivismo nei confronti dei pubblici esercizi da parte imprese che svolgono la medesima attività di somministrazione di alimenti e bevande, ma che sono soggette a meno vincoli rispetto a un bar o un ristorante. Chi sta sul mercato deve avere uguali diritti e uguali doveri. Sono tante le situazioni al limite che creano confusione e preoccupazione tra gli operatori che si trovano a confrontarsi con chi non deve sottostare alle nostre regole, non ha i nostri costi da sopportare, né i controlli a cui sottostare. Invece dovrebbe essere chiaro un concetto: stesso mercato, stesse regole! E tutto questo ha pesato ancora di più in questi ultimi anni di crisi dei consumi, provocando tante chiusure e tanto turnover tra i gestori di locali”.
 

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