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"Manzoni", impiantato il pacemaker più piccolo al mondo

"Il nuovo sistema è poco più grande di una pillola, una cardiocapsula"

Impiantato - per la prima volta a Lecco, presso l'ospedale Manzoni - il pacemaker più piccolo al mondo. Il primo impianto con tecnica mini invasiva del sistema di stimolazione intracardiaca transcatetere, applicato dalla èquipe dell'elettrofisiologia ed elettrostimolazione del nosocomio lecchese ad un paziente di 83 anni con una bradiritmia spiccata, si è concluso - infatti - con successo.

«Siamo davvero felici – spiega Antonio Pani, cardiologo del Manzoni, che ha realizzato la particolare procedura – di affermare che il primo impianto con questo peculiare sistema di stimolazione cardiaca, eseguita con il rivoluzionario sistema di cardiocapsula presso l'ospedale Manzoni, si sia concluso con successo e che il paziente, oggi, si trovi in ottime condizioni. Grazie a questo intervento potrà tornare ad avere una normale frequenza cardiaca e non sarà più soggetto ad affanni durante gli sforzi fisici».

«Il nuovo sistema – continua lo specialista – poco più grande di una pillola e un decimo della grandezza di un pacemaker convenzionale, è una vera e propria cardiocapsula: misura poco più di 2 centimetri, per 2 grammi di peso, e ha una durata media di dodici anni».

«Il pacemaker più piccolo al mondo viene predisposto direttamente nella cavità cardiaca attraverso la vena femorale e non prevede l'impianto di elettrodi di stimolazione. Una volta posizionato, e ancorato al cuore attraverso piccoli ganci appositamente progettati, il sistema emette impulsi elettrici in grado di regolarizzare il battito cardiaco attraverso un elettrodo posto sul dispositivo», puntualizza Pani.

La cardiocapsula - piccola, ma importante - ha permesso di superare alcune problematiche legate al normale pacemaker monocamerale; infatti, a differenza delle tradizionali procedure, in virtù delle dimensioni estremamente ridotte e della tipologia di ancoraggio, non necessita di alcun filo o elettrocatetere di connessione. Inoltre, la capsula non richiede incisioni nel torace nè la creazione di una tasca in sede sottocutanea, eliminando così il rischio di potenziali complicanze, soprattutto infettive, legate alla procedura tredizionale.

«Non si tratta di un intervento chirurgico vero e proprio – chiarisce il cardiologo – si procede pungendo la vena femorale e si risale con un dispositivo che libera il piccolo pacemaker orientandolo nel ventricolo, cercando la posizione più adatta, e rilasciandolo poi nel sito dell'ancoraggio. Questa procedura non provoca cicatrici, ma solo una piccola incisione all'inguine. Inoltre, grazie alle dimensioni ridotte e all'assenza di elettrocateteri, il dispositivo risulta invisibile sul corpo del paziente».

Il paziente - come per ogni altro pacemaker - dovrà sottoporsi a controlli postoperatori, ma «grazie alla sua tecnologia wireless, a breve sarà disponibile un servizio di monitoraggio a domicilio con un dispositivo GSM che tutte le notti, o in un determinato momento della giornata, interrogherà il pacemaker inviando una mail o un sms allo specialista in caso di malfunzionamento», conclude Pani.

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