Aziende "spolpate" e frode per decine di milioni: la Gdf lecchese ne ferma tredici con un'operazione internazionale

Le fiamme gialle hanno proceduto alla confisca per equivalente per trenta milioni di euro: decisivo il supporto dell'Eurojust e delle delle Autorità Giudiziarie Estere

La Procura della Repubblica di Milano, nella mattinata di giovedì, ha dato notizia di aver concluso l'operazione "Mala Compensatio", condotta dal dipendente Gruppo Lecco della Guardia di Finanza. I finanzieri lecchesi, coordinati dalla Procura meneghina, primo dipartimento specializzato in crisi d'impresa, hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare detentiva e interdittiva emessa nei confronti di tredici soggetti indagati a vario titolo per associazione a delinquere finalizzata alla commissione di più reati di natura tributaria, fallimentare, societaria nonché di turbativa d’asta.

La principale delle numerose condotte illecite contestate dai finanzieri è l’aver cagionato il fallimento di una società con sede a Milano, ma operante in tutto il territorio nazionale nel settore delle rilevazioni ed analisi di mercato. L’attività d'indagine, infatti, ha consentito di accertare come la società potesse operare sul mercato con prezzi assolutamente concorrenziali, derivanti soltanto dalla metodica e perdurevole evasione fiscale, annoverando fra i clienti anche importanti società quotate sui mercati azionari.

Aziende fallite e affitto dei "rami": la maxi truffa ai danni dello Stato

La società, dichiarata fallita nell’ottobre 2018 dal Tribunale di Milano, operava attraverso l’affitto dei rami d’azienda di ulteriori società, riconducibili ai medesimi soggetti e dichiarate fallite nel 2014, già pesantemente indebitate nei confronti dell’erario, e, in soli quattro anni di attività, ha accumulato ulteriori debiti tributari per oltre venti milioni di euro. La sistematica omissione di ogni adempimento fiscale ha costituito per decenni, difatti, una forma di auto finanziamento; riprova di tale aspetto è la totale assenza, alla data del fallimento, di debiti verso istituti di credito.

Gli amministratori della società, a partire dal 2017, stante la rilevante esposizione debitoria verso l'erario, si erano consapevolmente affidati a sedicenti consulenti fiscali che avevano aggravato ulteriormente il dissesto eseguendo compensazioni tributarie con crediti d’imposta del tutto inesistenti azzerando, solo fittiziamente, ogni pendenza con il fisco.

Come funzionava il sistema di frode

Tale sistema di frode, ideato e posto in essere da un commercialista partenopeo già raggiunto nel 2018 da due diverse misure cautelari personali, si sostanziava principalmente nell'individuazione di persone fisiche o giuridiche gravate da rilevanti debiti tributari e previdenziali con proposta di risanamento delle posizioni debitorie mediante l’utilizzo in compensazione di crediti fiscali fittizi; nella predisposizione e trasmissione dei modelli F24 da parte dello stesso commercialista o suoi collaboratori. Mediante procedure standardizzate venivano utilizzati, infatti, in compensazione crediti tributari fittizi contrassegnati, ad esempio, dai codici tributo 1130 (somme a titolo d’imposte erariali rimborsate dal sostituto d’imposta a seguito di assistenza fiscale art. 15 comma 1 lettera A), ovvero, da codici tributi riferibili a società di capitali quando il soggetto beneficiario era in realtà una persona fisica; nella non corrispondenza dei crediti fiscali portati in compensazione con le dichiarazioni fiscali delle contribuenti beneficiari.

Da un lato, quindi, precedentemente al fallimento, gli amministratori della società avevano proceduto al licenziamento collettivo di oltre trecentocinquanta dipendenti (poi reintegrati dal Tribunale di Milano), mentre, dall’altro lato, erano stati accertati gravi fatti di mala gestio, fra cui la distrazione di fondi societari verso Stati esteri, quali la Bulgaria ed il Perù, attraverso trasferimenti di denaro per oltre quattro milioni di euro privi di alcuna ragione economico-imprenditoriale, ovvero prelievi ingiustificati di denaro dalle casse sociali per oltre nove milioni di euro.

Stipendio e benefit a un parente, ma viveva in Spagna

Un fatto sintomatico dello scellerato depauperamento degli attivi societari è l’aver annoverato, per anni, fra il personale dipendente della fallita azienda anche un fratello del proprietario della società. Tale soggetto, beneficiario di regolare stipendio e di ogni benefit aziendale, da autovetture di lusso ad utenze cellulari, nella realtà dei fatti è stabilmente residente in spagna da oltre 30 anni senza aver mai prestato alcuna attività lavorativa in favore della fallita.

Considerato il grave quadro indiziario, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano ha emesso 13 misure cautelari personali, di cui 2 in carcere, 7 agli arresti domiciliari e 4 misure interdittive, disponendo contestualmente il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente per oltre trenta milioni di euro.

«Rispettate le norme sanitarie»

Le attività di sequestro di conti correnti, beni immobili e autovetture di lusso sono in corso sia sul territorio nazionale che negli stati della Bulgaria, Germania e Regno Unito con la collaborazione di Eurojust e delle Autorità Giudiziarie Estere. «L’esecuzione della misura cautelare - aggiunge la Guardia di Finanza lecchese - è stata eseguita nel pieno rispetto dell’emergenza sanitaria, con subdelega delle attività ai comandi territorialmente competenti in relazione alla residenza degli indagati, e, per quanto riguarda l’esecuzione delle due misure in carcere, con l’individuazione dell’istituto più idoneo».

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