Mercoledì, 22 Settembre 2021
Attualità

«C'è chi dice "no" all'ampliamento delle cave: succede a Novate Mezzola»

Il Comitato "Salviamo il Magnodeno" analizza gli ultimi sviluppi a livello locale e non

Nota- Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di LeccoToday

Con un “tempismo sfortunato” per la giunta Gattinoni è la notizia di cronaca in cui il piccolo Comune di Novate Mezzola ha espresso in 7 punti un parere negativo motivato nel PAUR per l’ampliamento della cava sita nel Comune. L’amministrazione ha, inoltre, chiesto lo stralcio del Piano Cave, si è avvalso di studi esterni e ha scritto direttamente al Presidente Fontana.

Pareri comunali, quelli espressi dall’amministrazione di Novate Mezzola, che riguardano il rischio di frana, l’assenza di verifica di stabilità delle pareti rocciose nonostante la presenza di ambiti di frana attiva (Fa) e i progetti poco dettagliati sullo scarico nel sottosuolo. Pareri comunali di competenza, che si appellano ai “Criteri generali per l’elaborazione dei piani delle attività estrattive” emanati dall’Autorità di Bacino del Fiume Po e al Principio di precauzione, sancito dall’art. 301 del Codice dell’Ambiente.

Al contrario a Lecco si è espresso un parere positivo, approvando l’escavazione almeno fino al 2034. Successivamente il Consiglio Comunale ha deliberato una modifica all’interno del Piano di Governo del Territorio: il Comune ha cioè espresso la volontà di rendere pubblica l’area della cava di Vaiolo Alta quando la voragine sarà completata e difatti la legge permette che il sito estrattivo, qualora l’azienda autorizzata a cavare sia anche proprietaria dei terreni, possa essere ceduto poi al Comune (non specificando se gratuitamente o meno).

Questa però si tratta di un’operazione che non contrasta il prosieguo dell’attività estrattiva nel Comune di Lecco: secondo il vigente Piano Cave provinciale approvato dalla Regione nel 2015, con parere favorevole del Consiglio Comunale di Lecco, il sito di Vaiolo Alta è infatti già considerato in esaurimento. In quella giunta era Assessore all’ambiente l’attuale Presidente della Commissione V -ambiente- Dott. Vittorio Campione.

L’uso pubblico è presentato come un grande passo “politico” in avanti verso la fine definitiva dell’escavazione sul Magnodeno, ma è errato e falso: qualora al termine dell’attuale Piano Cave provinciale (2034) si “scoprisse” che il sito estrattivo sia dotato di ulteriori giacimenti sfruttabili, la destinazione dello strumento urbanistico verrebbe facilmente superata. Mentre se i giacimenti fossero esauriti, l’escavazione giungerebbe naturalmente al suo termine e nessuno ne avrà merito.

Vignetta novate mezzola sacchi rossi-650-2

«Operazione di convenienza?»

Altresì, ci chiediamo se questa operazione non possa essere quasi di convenienza per l’azienda se il giacimento si scoprisse realmente esaurito: che farsene di una voragine strapiombante e impervia senza un albero e ad alto rischio di frana? E quanto potrebbe costare un’acquisizione non gratuita di 350.000 m2 di terreno?

Purtroppo, se si avesse realmente voluto ottenere un’area con rimodellamenti di fronte più “morbidi” e adatti a maggiori usi pubblici, il Comune avrebbe già dovuto esprimersi nell’iter autorizzativo (PAUR) con proposte tecniche, ma di fonte politica. Avrebbe dovuto, non è stato né fatto né proposto.

A coprire una sostanziale mancanza di idee realizzabili in quell’area una volta finita l’escavazione, si è parlato di bosco urbano, ma, lassù, l’urbe non c’è e mai potrà esserci, a causa del rischio di frana, già individuato nel PGT a un livello massimo; sembrerebbe un artato modo per far salire le percentuali del verde pubblico all’interno del PGT. Con il parere favorevole nel PAUR, la Giunta ha delegato la problematica al futuro post 2034 e di fatto ad altri: viene da credere che tale delibera, a conti fatti, sia pura propaganda o poco di più: delle tre aree estrattive, quella di Vaiolo Alta è la cava più lontana dalla Città, senza effettive strade di collegamento, con una morfologia poco adatta all’uso pubblico.

Nell’assenza di certezze sul destino delle altre cave del Magnodeno – Cornello (ATEi1) e Vaiolo Bassa (ATEi2) – e consci del fatto che il Piano Cave individua ulteriori risorse per usi industriali post 2034 in queste due cave, l’attività nei forni in località Arcione, campioni nella produzione di gas serra, equivalenti annualmente a circa 180.000 utilitarie Euro6, e altre sostanze nocive sulla testa di una città intera, non potranno che proseguire (secondo l’EEA la qualità dell’aria della città valutata sul PM2,5 è al 222° posto su 323 città

dell’UE... Sicuramente “colpa” della Pianura Padana, mai “nostra”). Quindi ci chiediamo: quale riqualificazione si apporterebbe all’area se le altre cave e i forni proseguissero l’attività?

Per mesi le forze comunali, e per ultimo il Sindaco sul “piccolo schermo”, hanno sostenuto che il Comune di Lecco non poteva dire di no, che l’azienda era già in possesso di un’autorizzazione regionale e che al massimo si poteva dire COME scavare. Ci siamo sforzati molto per spiegare, pensando nella buonafede di molti consiglieri e liste, che le cose non erano già predeterminate, che la pianificazione del 2015 necessitava l’autorizzazione su cui veniva chiesto parere al Comune capoluogo. Invece, la mobilitazione civica è stata dipinta come narratrice omissiva e facilona prima (“non basta schioccare le dita”), addirittura mossa da livore personale ora.

Se riteniamo positivo che si ipotizzi un futuro pubblico per l’area di Vaiolo alta, conserviamo molte perplessità per una delibera così vaga, di fatto omissiva di aree altrettanto importanti del Magnodeno e non accompagnata da una condotta incisiva di Palazzo Bovara durante l’iter autorizzativo, come i fatti di Novate Mezzola sottolineano. Apprendendo la notizia della prova di ascolto dei propri cittadini da parte del piccolo comune valchiavennasco a cui è seguita una condotta dignitosa e coraggiosa, non possiamo evitare di constatare di vivere sul ramo politicamente secco del lago.

Un’ultima risposta a chi in Consiglio Comunale ha parlato della sindrome NIMBY, not in my back yard (non nel mio giardino), il dott. Vittorio Campione. Se da un lato l’attenzione di 33.600 persone per il futuro del Magnodeno viene qualificata come un feticcio psicosociale, dall’altro ci viene da dire che forse il giardino che stavamo attenzionando non era quello di casa nostra, ma quello degli interessi di altri, afflitti sì probabilmente da una grave patologia sociale.

Comitato "Salviamo il Magnodeno"

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